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Carbone (PZ). Benvenuti.


 



CASALNUOVO P. ROBERTO


TRACCE E RIFLESSI DEL MONACHESIMO
ITALO-BIZANTINO
SULLA FASCIA JONICA LUCANA




Estratto da: Atti II° Convegno Nazionale di Storiografia Lucana. 
Lecce 1976



Trascritto da Mario Chiorazzo



I. - Il monachesimo come fenomeno di civiltà storica e sua diffusione.

A nessuno sfugge, oggi, l’importanza di quel fenomeno di portata e di incidenza storica che va sotto il nome di monachesimo orientale-bizantino.
La sua nascita, superate le prime avversità e diffidenze, si rivelò subito provvidenziale per le sorti della Chiesa dei primi secoli, che venne a trovarsi tra due scogli: il passaggio del Cristianesimo a religione di stato, il che metteva in pericolo la purezza della fede e la pericolosa dilatazione della Chiesa, da religione di élite spirituale a religione popolare e cultuale, che respingeva in secondo piano la personale decisione alla conversione di coscienza.
Il monachesimo e l’aspirazione all’ascetismo controbilanciava la tendenza costantiniana alla secolarizzazione e nel contempo accentuava la forma personale di scelta di fronte all’irrompere facile e irrazionale del popolo alla nuova forma di fede.

Superato il travaglio — tra anacoretismo antoniano e cenobitismo pacomiano — messe da parte le forme eccentriche egiziane del ritorno ad un naturalismo primitivo e le modalità esasperate di mortificazione e di isolazionismo degli stiliti siriani — la nuova religiosità ebbe il crisma di un moderato equilibrio e di spirituale saggezza grazie ad una personalità preminente: Basilio di Cesarea. Il quale seppe innalzare l’ideale monastico a forma di vita filosofica dei cristiani e seppe creare un nesso fecondo tra filosofia ellenica e Cristianesimo. 

La vita monastica così intesa e da lui codificata negli ascheticà acquistò un’efficacia storica permanente; — ci sembra dica a ragione il Vogt che “ l’origine e il perfezionamento del monachesimo fu uno dei più eminenti fenomeni del mondo greco” Ragion per cui possiamo, credo, affermare che la splendida creazione di un ellenismo cristiano teologico, che trova la sua realizzazione nella vita pratica, dev’essere attribuita a merito della civiltà bizantina, che rivelò, al dire dello storico Lortz in modo impressionante la sintesi cattolica tra il reale e l’ultramondano.
La Chiesa impegnata nel mondo crea il monachesimo che fugge il mondo.. 
Come sappiamo, questo ideale non si arrestò all’Oriente, ma trasvolò verso i paesi occidentali e il monachesimo divenne tra i più cospicui fattori per la metamorfosi della civiltà antica.
Ricordiamo le prime tappe: Treviri, Roma, Milano, Tours, l’isola di Lerin; i primi messaggeri: Atanasio, Girolamo, Gregorio Magno, apocrisario a Costantinopoli.
Non è il caso né nostro compito seguire il labirinto dell’indagine storica specializzata per individuare i singoli penosi progressivi eroici stanziamenti di monaci greci in Occidente e specificamente sul suolo italiano e meridionale.

Il nostro tema esige però tener conto, sia pure schematicamente delle varie tappe di detto itinerario, che trovano essenzialmente concordi i vari studiosi dal Lenormant, al Gay, al Bertaux; dalla Robinson al Battifol, al Laurent-Guillou, al Menager; e tra i nostri dal Racioppi, al Fortunato, al Cappelli, al Russo, al Venditti che, più o meno ampiamente, hanno trattato il problema della bizantinizzazione dell’Italia Meridionale sotto l’aspetto linguistico, politico-economico, religioso e culturale.
Basta constatare che, dopo la conquista dei Bizantini con Belisario e Narsete, in seguito alla guerra gotica, combattuta con alterne vicende specie nelle nostre contrade, risultano caposaldi bizantini, ben fermi, sulla fascia ionica — in linea concatenata — Reggio-S. Severina-Rossano — il territorio della vicina Cassano-Matera-Otranto.

Soprattutto S. Severina, la cui importanza è considerata straordinaria sia dal punto di vista religioso, metropoli di una provincia ecclesiastica, pare, estesa fino ad Acerenza, che dal punto di vista monumentale, testimonianza dell’epoca e del successivo periodo normanno, ancora ricco di riflussi orientali che ne fanno una città caratteristica, in cui l’impronta della civiltà bizantina è più profonda che in qualsiasi altra compresa, forse, dice il Borsari la stessa Rossano.
A questo fatto ben certo v’è da collegare un’altra considerazione, che, cioè nel mondo di Bisanzio la propaganda cristiana e quella diplomatica si davano la mano.
Il regno di Giustino e di Giustiniano in particolare, furono caratterizzati
da una estesa diffusione del Cristianesimo, dentro e fuori i confini dell’impero.
Il missionario e il diplomatico si aiutavano vicendevolmente ed ogni popolo che veniva ad abbracciare il Cristianesimo era conquistato insieme all’alleanza bizantina.

Nel 612 la Siria è invasa da Cosroe II. Il 630 Eraclio riporta a Gerusalemme la S. Croce, ma ecco che nel 638 la Siria ricade sotto i colpi dell’Islam. Aumenta l’emigrazione dei monaci, preti e cristiani verso Costantinopoli, verso la Sicilia, e l’Italia meridionale, dove le numerose comunità dell’epoca giustinianea prendono possesso quasi completo della Calabria per spingersi poi, con sempre maggiore capacità verso il nord — Puglia-Lucania —fino a Roma.
La storia di sofferenze sofferte per la fede e la preparazione teologica degli ecclesiastici orientali guadagnano loro la stima e l’accesso a posti direttivi, cosicché non sorprende — dice il Cattaneo — veder eletto papa nel 642 il greco Teodoro I e dopo di lui — per 70 anni — una serie di papi italo-greci. Fu l’azione di tali ecclesiasisti orientali a diffondere costumanze e gusto per l’arte orientale. Le Chiese italo-greche dell’Italia meridionale seguono ormai il rito orientale: Rossano, nota per l’evangelario Melkita, rituali, testi liturgici, feste di santi orientali, influsso sui calendari locali e del VI sec. è un esempio chiaro.
Nilo, fondatore di Grottaferrata, è nato nel X sec.

Questo balzo del tempo indica chiaramente quali salde radici erano state poste nel VII sec. Questa spinta ideale — è ancora il Cattaneo che parla — portò nuovi fermenti di vita e di opere tra quelle genti così lontane, ma che si riconoscevano ormai vicine, nelle nuove forme di vita e di mentalità.
Nel 726 Leone III Isaurico promulgò un decreto, gravido di conseguenze: la proibizione del culto delle immagini. Pare che a fianco dello scopo religioso non vi fosse estraneo quello politico ed economico: abbassare la crescente potenza e ricchezza dei monasteri ..
La lotta iconoclasta scatenò violenti reazioni nei domini bizantini, specie in Occidente: in Italia contro gli esarchi di Ravenna; repressioni di cui approfittarono i Longobardi. Il flusso dei monaci e degli artisti verso l’Occidente divenne un essenziale motivo di diffusione e di penetrazione nella cultura medievale occidentale, favorita dalla spinta dei Musulmani, che, approfittando, anch’essi, del travaglio politico interno, riprendevano la Siria, l’Armenia, occupavano Creta e la Sicilia.
Costantino V non migliorò le cose. Folle di monaci furono costretti all’esilio tanto che la presenza a Roma di migliaia di profughi esasperò Paolo I (757-67), che invitò il vere ortodoxus Pipino a difendere Ravenna dai nefandissimi graeci. 

La dinastia Macedone di Basilio I, durata due secoli, portò l’impero al massimo di prosperità e di potenza (II età dell’oro), di cui arte e cultura ci hanno lasciato la migliore testimonianza.
Basilio I reagì contro l’abbandono dei possessi d’Italia e nell’869 con Ludovico II dei Franchi, vinse gli Arabi giù in Sicilia, in Calabria e in Puglia e fece di Bari una base bizantina.
a quest’epoca che risalgono le espressioni più compiute e più tipiche, in ogni forma d’arte, della civiltà bizantina: dall’architettura alle decorazioni musive e pittoriche, alle arti minori, tessuti, vetri, mosaici, avori e gioielli.
Le province meridionali non andarono esenti da questa penetrazione, come non lo furono neppure l’arte carolingia e successivamente quella degli Ottoni.
« In questo secolo la Sicilia e il resto dell’Italia meridionale — dice il Borsari — appaiono popolate di monaci, che ormai sono completamente bizantini, sotto tutti gli aspetti e che d’altra parte sono in intimi rapporti con i più importanti esponenti della vita monastica e della cultura costantinopoliana (quali Teodoro lo Studita e Fozio), dei quali alcuni si stabiliscono, spesso definitivamente, in Sicilia e nell’Italia meridionale.
Accentuata dalla riconquista di Niceforo Foca al secolo X e dalla disfatta di Ottone II a Stilo nel 982, favorita dall’emigrazione di monaci greco-siculi sotto la minaccia dei Saraceni, comincia certamente in questo periodo quella splendida fioritura che portò il monachesimo della già esistente e celebre Eparchia del Mercurion e successivamente del Latinianon e del Lagonegrese all’apice della sua maturazione e di diffusione, grazie alla presenza di insigni personalità, quali Fantino-Nilo di Rossano-Saba-Luca e Vitale che posero il sigillo al processo di sviluppo, cui abbiamo accennato sin qui .



II. - Presenza del monachesimo sulla fascia jonica-lucana.

Gli storici hanno variamente discussa la ubicazione del Mercurion e del Latinianon e della conseguente diffusione del monachesimo italo-greco in Lucania.
Alcuni — tra cui il Pedio — indicano varie direttrici dal Sud al Nord. Ma stando al Borsari e al P. Russo e al Cappelli, è in questi centri, e soprattutto nel Mercurion, che bisogna trovare risposta alle domande dove e quando provenivano i monaci basiliani che si installarono sulla costa ionica. Sembra essere d’accordo il Gay quando, parlando dell’ellenizzazione del l’Italia meridionale, dice che “la conquista di Giustiniano nel 
554, non rese possibile una ellenizzazione, diretta ed immediata mentre fu radicale in Calabria meridionale e in terra d’Otranto, anche dopo la conquista longobarda”.. Intanto come spiegare la sorprendente ellenizzazione in Lucania centrale e orientale fino alla litoranea jonica ed in Puglia, se questa fosse avvenuta solo a cominciare dall’8 86, dalla riconquista di Niceforo Foca? Il fatto, spiega il Borsari, è dovuto all’azione di monasteri greci e alla presenza di focolai, lasciati dalle armate bizantine, che esercitarono per allora una semplice azione di influenza in attesa della successiva esplosione.
La quale dichiarazione mostra di concordare con quello che afferma il Racioppi che parlando dell’ellenizzazione lungo la costa jonica dice che i “ Basiliani ebbero stazioni e possessi ricchissimi fin dall’antico medio-evo”. Questa dichiarazione è l’eco di quanto narra il Santoro , con prosa declamatoria e pomposa, il quale così si esprime testualmente: « La gloria di Basilio il Grande... esaltò principalmente in quella parte dell’Italia che col vocabolo di Magna Grecia l’antichità distinse. Quivi, distrutti i monumenti dei Pitagorici e degli antichi filosofi risplende la disciplina di Basilio, quivi, come in un’altra Egitto fiorirono le truppe di santi monaci largamente diffuse ed incitate da eccellente emulazione e veramente degne di essere imitate; non cedettero alla santità di Laura, non di Nitria, non della Tebaide »..
Riteniamo di riscontrare le prove nella agiotoponomastica e toponomastica locale, nell’archeologia, nei documenti letterari (pergamene di donazioni, rogiti, conferme di privilegi) e in alcuni dati di natura psicologica.
Lo stesso Racioppi adduce le prove della presenza « di reliquie » della civiltà greco-bizantina, che egli definisce « abbondanti » per tutti quelle che sono le feracissime pianure basilicatesi dello Jonio, indicandone poi la fonte:
« Ivi ebbero stanza parecchi e ricchi monasteri di Basiliani, e gruppi di popolazioni grecaniche altresì »; Andriace; la Carbonaia; S. Megalio; S. Magno dei Latini; S. Teodoro; S. Basilio; la Trisaia; Tressanti; Santacinapura — immagine non fatta da mano d’uomo — son tutti nomi che, uniti a S. Maria Theotòcos di Scanzano o di Padia (come la si chiama nei documenti), S. Sofia di Rotondella (Rotunda Maris) a Santa Sofia di Scanzano; a Santa Sofia (Aghia Sofia) di Senise; a S. Maria Theoticos del Ponte di Policoro, al nome di Policoro stessa (palaion chorion = antico villaggio) a S. Elia; a S. Nicola in Silva; a S. Donato; a S. Giorgio; a S. Salvatore insieme con le località Trincinara (da trincoo = cingo), difesa per antonomasia; Codola da cotinos = l’oleastro; Misegna = terra di mezzo (tra la Salandra e il fiume di Craco) sono più che sufficiente dimostrazione della presenza monastica sullo Jonio e di casali alle dipendenze o assistiti dai monasteri. Tra questi sono garanzia di maggior antichità, tenuto conto degli ultimi dati critici della scienza liturgica: S. Salvatore (VIII sec.) le due Theotòcos di Scanzano e Policoro (V sec.); S. Marina (111-1V sec.); S. Niceto (111-1V sec.) e S. Teodoro (III-1V sec.), il culto dei quali risulta gradito tanto ai Bizantini che ai Goti, che erano ariani di religione.

Anche l’archeologia conferma:

1) Già il Dott. Lacava parlava di tracce di casali medioevali distrutti, indicandone le aree in Metaponto — detto poi SS. Trinità e Tor di Mare — in S. Giorgio e lungo il Bradano fino e oltre S. Angelo di Montescaglioso; e lungo il Basento, da S. Teodoro a Bernalda, a Pisticci a Pomarico, a Castrocicurio, su su fino ad Albano. Queste zone di influenza economica e culturale dell’antica Metaponto, furono successivamente occupate dai monaci italo-greci.

2) Monete bizantine, rinvenute dopo il 1881, tra cui quella di Giovanni Zemisce (969-76) con busto del Salvatore in posizione frontale — con nimbo — croce addossata e libro dei vangeli e quella con la scritta nel rovescio hiesus / xpis - hs / bazile, bazile.

3) Policoro, oltre alle mura di cinta riferibili ad età medioevale a sud-est del castello (antica Acropoli di Siris e zona, cui si restrinse l’habitat alto-medioevale), conserva ricordi bizantini, come risulta dagli scavi eseguiti dai Gesuiti, quando vi si trasferirono.

Ivi ancora, nell’area della città di Eraclea sono stati rinvenuti piccoli dischi fittili. Anche in uno strato medioevale del ripiano del castello ricompare lo stesso tipo che reca la scritta: Iesus xipistòs vikà formula greca del Christus vincit’! assieme ad una croce centrale, che si ripete in forma più piccola sul lato posteriore. Su un blocco di confine tra Policoro e Anglona, i famosi hçroi, è raffigurata una Madonna che guarda verso Anglona e nel retro un monogramma in disco solare col nome di Gesù, Hesus con croce ed ancora.

La distruzione di testimonianze latine da parte di Niceforo Foca in seguito alla costituzione della metropolia di Otranto su tutte le diocesi che si affacciavano sullo Jonio e di quelle greche da parte di Roberto il Guiscardo, quando volle ridurre all’obbedienza a Roma i vescovadi greci sono la causa, secondo il D’Avino, di quel vuoto storico nei rispettivi periodi.

Oltre che dalle preziosissime pergamene greche conservate nei monasteri di Cava e di Montecassino, una qualche luce filtra su monasteri importantissimi della costa ionica — S. Basilio, Scanzano e Policoro — da due platee che fondandosi su documenti dell’XI sec. danno utili ragguagli, tali da poter ricostruire, abbastanza veridicamente, la fisionomia dei suddetti centri di vita monastica.
In virtù del Comandato di Melfi (1059) Roberto Normanno per l’investitura sull’Italia meridionale si impegnò a sottomettere a Roma i vescovi greci di questa regione. I monasteri greci furono a loro volta pian piano sostituiti da monasteri benedettini o caddero sotto la loro obbedienza ovvero furono confederati; in Lucania abbiamo esempi in Cersosimo, in Carbone (36 monasteri alla sua dipendenza), in Tricarico (S. Maria del Rifugio) in Venosa (S. Nicola) e, nella vicina Taranto (S. Pietro all’Isola), in Otranto (S. Nicola di Casole), che ripetettero l’esempio del Mercurion, del Latiniano e di Armento, già forti concentrazioni di monasteri. La stessa sorte subirono parte dei monasteri della costa ionica che passarono gradualmente ai monasteri di Cava e di Montecassino. Non era cosa del tutto nuova
Già verso l’VIII sec., S. Angelo di Monticchio, forse, la stessa Abbazia di S. Ippolito e S. Maria di Banzi — secondo il Fortunato e, successivamente S. Angelo di Montescaglioso, già monasteri basiliani, erano passati in eredità alla Congregazione Cassinese.

Quando, dopo il Mille, si affaccia sullo Jonio la nuova potenza monastica di Cava — attraverso Brienza e la Valle d’Agri fino a Cersosimo, Oriolo e Amendolara —, già l’abbazia di Banzi possiede tutti i beni dello scomparso monastero di S. Niceto ad Andriace; quella di Venosa i beni di S. Nicola di Serra, presso Cassano Jonico. Nessuna meraviglia quindi se S. Angelo di Montescaglioso prima e S. Maria del Casale dei Benedettini a Pisticci, successivamente, ereditarono il monastero di S. Basilio « in territorio... » che la platea di S. Lorenzo di Padula definisce la perla di tutti i pur vasti beni posseduti da quella storica e monumentale Certosa che il Lenormant chiama « la plus riche et à fois la plus considérable Charteuse d’Italie », non è da stupire se ancora Venosa entra in possesso di Policoro, già degli italo-greci, e che poi andrà al Sagittario dei Cistercensi di Chiaromonte. Solo la Theotòcos di Scanzano, ceduta ai Basiliani del monastero di Carbone verso il 1125, sia pure attraverso vicende drammatiche, sfugge agli attacchi e all’avidità dei vari commendatori, dei potentissimi principi di Sanseverino di Bisignano e agli stessi vescovi di Tursi e condivide fino all’ultimo le sorti alterne di Carbone che — ultimo baluardo del monachesimo italo-bizantino in Lucania — cade eroicamente sotto le cannonate nel 1909.

La prima delle suddette platee è di S. Lorenzo di Padula. Fu compilata dal geometra-notar Angelo Grammatico di Ferrandina su comando dell’abate della Certosa negli anni 1677-78 su l’altra precedente del notaio Moraldino del 1087 e controllata dallo storico A. Sacco su documenti del Mabillon e del Tromby, vissuti nel sec. XVI. Descrive i beni di S. Maria di Pisticci e di S. Basilio. Attraverso una descrizione minuziosa possiamo vedere la presenza dei Basiliani fino a Padula, collegata nelle vallate dell’Agri e del Sinni, da decine di stazioni ospitali, sull’una e sull’altra sponda.

Per un momento pensiamo alla fascia jonica come ad una centrale di smistamento e così dovett’essere. Dal Sud della Calabria al Nord delle Puglie il movimento religioso veniva dirottato da quel « carrefour » ch’era costituito da Policoro-Scanzano-S. Basilio e SS. Trinità di Metaponto, lungo le vallate lucane almeno in duplice direzione verso Matera-Venosa-Vulture e verso Anglona - S. Arcangelo – Grumentum - Latinianum e Mercurion. E’ pieno di questa prospettiva storico-geografica il nostro autore quando medita sulla funzione che ebbero i nostri monasteri. S. Maria del Casale — egli dice — si presenta sotto l’aspetto di badia e di castello, ma S. Basilio è proprio un castello. Tale lo fanno oltre alle robuste mura, le torri, le vedette, le frequenti balestriere e più la quasi mancanza di vani all’esterno. Il vasto edificio, ricevendo luci dall’interno piglia quel carattere intimo e fosco, accigliato e severo dell’arte militare di quel tempo, contraddistinto dal dominio e dall’abuso della forza.

S. Basilio, al certo costruito prima di S. Maria del Casale (1060) dell’Ordine di S. Basilio non so se in origine sia nato Badia o Castello o l’uno e l’altro insieme; probabilmente, sin dal suo nascere, fu un monastero fortificato, come i tempi richiedevano, essendo in aperta campagna e lungi dalla città.
Le quali parole ben possono adattarsi anche a Policoro, Scanzano, tanto che fino alla visita di Saint-Non nei suoi « Voyages pittoresques » alla fine del settecento (1783) si chiamavano Tor di Scanzano, prima che il vicerè spagnolo nel sec. XVI facesse costruire torri di avvistamento sulla spiaggia i cui nomi sono riscontrabili in Tor Mozza-Torre ammazzaturchi-Torre Salanda-Torre 5. Basilio-Torre di Metaponto.
Parole suggestive che ci fanno pensare ai vicini monasteri fortificati di S. Nicola di Peratico presso Tursi e a quelli di S. Onofrio di Camposerci sul Sarmento (in territorio di S. Giorgio Lucano) e ai monasteri di Carbone e di Armento difeso personalmente da S. Luca in un incursione dalla vicina Castelsaraceno. Ma il pensiero potrebbe portarci più lontano ancora, ai monasteri fortificati della Siria e della Palestina del tempo di Giustiniano eretti da lui stesso, e posteriormente ai monasteri dell’Athos e delle Meteore turriti contro gli assalti dei Goti e dei Saraceni.

Ultima testimonianza di una presenza degli asceti basiliani sulla fascia jonica è la irresistibile forza di suggestione, che esercitavano su questi uomini eccezionali una terra, i cui bagliori di prosperità e di grandezza economica, fuse all’incanto di bellezza cantate da Archiloco venivano superate dalla intramontabile fama di una delle più spirituali filosofie, fiorite proprio su queste terre e codificate nei gruppi della celebre scuola di Pitagora, la cui risonanza aveva attraversato tutto il mondo antico, celebrata e imitata da Platone, ammirata da Aristotele, venerata da Cicerone quando venne a visitare la casa di Pitagora tra le ancora fumanti rovine dell’antica Metaponto, evocata poi nei secoli successivi con fantasmi di imprese eroiche di paladini lungo tutto l’epico Medio-Evo.

Non si trattava tanto di risuscitare materialmente e andando a ritroso una civiltà ormai virtualmente spenta, ma di infondere dal di dentro un nuovo « animus » il sigma cristiano, il nuovo pneuma che andasse vivificando la tramontata civiltà, di cui Basilio aveva dato la sintesi — tra teorico e pratico — traducendo in opere di vita l’aspirazione all’esperienza del divino —meta di tutta la filosofia antica.



III. - Ammessa dunque e dimostrata la presenza di monasteri italo-bizantini sullo Jonio, 
« quale ne fu la portata storica e il fatto di civiltà? ».


Le opere, reclamate dal grande Basilio come frutto della nuova sintesi filosofica cristiana postulava una traduzione in attuosità, mirante a permeare l’uomo e la società sotto tutti gli aspetti: economico-sociale culturale e spirituale, i quali aspetti troveranno lungo tutto l’arco storico del Medio-Evo un travaglio, muto e profondo, di trasformazione.
Coll’avvento del Cristianesimo il nostro mondo diviene veramente « sociale » avendo della società tutte le caratteristiche: dai mutui rapporti tra gli uomini alle loro categorie di appartenenza di classi e di lavoro; dai poteri costituiti (civili, spirituali e politici) alla indeterminatezza di masse disarticolate e indistinte.

In una società dalla stratificazione e la impermeabilità classista e familiare, ancora tanto forte, il desiderio di volersi « associare » è tutta o in gran parte la nuova anima, che va dal monachesimo, al comune cittadino o rurale, dalle forme di solidarietà umana (rapporto tra signore e soggetto) alle forme più elaborate di opere gratuite, che hanno radice nella carità.
Oltre ai rapporti tra individui, classi sociali e loro organizzazioni in un mondo di violenza, di sopraffazione e di schiavitù con tutti i problemi ammessi al legame personale e terriero, sono da ascrivere a merito dei monasteri le soluzioni date a livello della persona umana con il progresso sviluppo in forme di « garanzie » e di « possesso » per i lavoratori della terra con la promozione di classe, dall’artigianato al commerciante in seno ad una popolazione che si regge ormai all’ombra del monastero, dove la « plebs christiana » troverà il vincolo della nuova civiltà.

Onde la istituzione monastica è stata definita la prima e più autorevole forma di organizzazione sotto il segno della « nuova anima christiana », istituzione che ha rivoluzionato la vita sociale, soprattutto sotto forma di assistenza — nel senso etimologico di ad-sistere — e di ospitalità, che da individuale divenne cura ed assistenza ospedaliera per ammalati e bisognosi, specie verso i pellegrini dei nuovi Santuari (Roma e il Gargano).

Pensiamo al geniale Basilio che progettò ed eseguì la famosa Basileide
— centro ospedaliero fuori della città con assistenza medica specializzata —primo Policlinico in nuce — che destava la gelosia di Giustiniano. Nell’elenco dei monasteri dipendenti da Carbone — dato dalla Robinson — Policoro vien detto « di S Maria theotòcos dell’Ospedale o del Ponte ». Sarebbe interessante riuscire a sapere se fin da quei tempi remoti a questa stazione monastica non vi fosse annesso un ospedale retto da monaci che facesse da lontano progenitore all’attuale ospedale sorto nel nuovo comune di Policoro.

E’ sul piano della « nuova anima » che viene la problematica del lavoro, improntata all’amorevole comprensione con l’uomo del lavoro, quello più vicino al monaco, « il colono », che alla terra monastica dà il suo sudore, ma che non lavora per un signore feudale, arido ed egoista, ma per una entità collettiva, consapevole dei redditi che vanno a beneficio dei poveri, dei pellegrini, dei malati, in opere che si saldano ad un culto perenne, gloria di Dio, cui si inneggia perpetuamente sotto la volta delle grandi chiese o degli umili oratori. I monaci basiliani oltre i lavori agricoli compivano anche attività artigianali. Ricordiamo che la dignità del lavoro è tutta cristiana e che l’« ora et labora » prima di essere benedettino è basiliano.

Un documento da me personalmente riscontrato è la platea di Carbone, gelosamente custodita dalla famiglia Cascini. Essa contiene l’organizzazione amministrativa dei beni tra cui il più importante è Scanzano. Tutta una trama di vita popolare è sottintesa nei Cartari, pergamene, diplomi e necrologi. Nomi illustri e nomi di modesti lavoratori, i cui discendenti vivono ancora nelle famiglie montalbanesi Di Mitolo, Pozzovivo, Donadio, ecc. che dissodarono e trasformarono l’ambiente circostante.
Anche la cultura venne intesa come apporto necessario alla società, base e fondamento della scuola.
Il salvataggio e la conservazione del patrimonio letterario dell’antichità e di quello dei primi secoli del Cristianesimo, la trascrizione dei capolavori del passato ad opera dei vari « scriptoria » dei monaci italo-greci è un grande dono fatto all’umanità di tutti i tempi e che dimostra un superamento di grette visuali faziose ed un’ampia apertura di cuore per il bene dell’umanità.

Anche questo elemento ha una sua genesi nella spiritualità del grande Basilio, il cui rapporto alla gioventù sulla fruttuosità dello studio dei classici, contenuto nella 22° Omelia, è stato definito la Magna Charta di tutti i futuri studi delle scuole superiori cattoliche di Oriente e di Occidente e che vide raccolti i bambini intorno al monastero secondo la pedagogia delle Regulae fusius tractatae dello stesso Basilio — primo nucleo delle famose scuole conventuali. Per quanto ci riguarda da vicino anche la fascia ionica fu un tempo illuminata dai riflessi dell’« Orientale lumen » che ebbe la sua sorgente nello « Studion » di Costantinopoli, durante la Rinascenza Macedone e che giunse fino a noi tramite la cultura dei grandi asceti Fantino-Nilo di Rossano, caposcuola di una generazione di ottimi amanuensi, Saba, Vitale e Luca Demenna, formatesi al monastero di Argira dell’Etna e di S. Salvatore di Messina, dove lo studio era fin d’allora già d’obbligo e di cui restò testimonianza nelle ricchissime biblioteche, che unitamente a quella di Carbone, arricchiscono di codici miniati i musei vaticani, quelli di Parigi, Londra, Oxford e di Leningrado. Carbone, incuneandosi in territorio latino fino al mare, fu una fiaccola accesa fino al 1809!
« La sua luce si riverberò interrottamente sulle nostre terre, dove il fervore ascetico diede lustro a uno degli impulsi più autentici di umana e religiosa cultura » (Mandolari).

Di quella cultura ben poco di appariscente è rimasto che possa sedurre lo sguardo avido di scoprire e di ammirare qualcuno di quelle opere in cui si esaltava la ricerca dell’infinito e l’astrazione della realtà attraverso la frontale fissità dello sguardo e l’apoteosi del pensiero con l’onnipresente simbolismo reclamato da Platino come configurazione sensibile dell’intelligibile-eterno valore teofanico dell’arte.
Non aeree cupole architettoniche, non splendori di mosaici né onori di gioiellerie preziose o di avori.
Ma umili testimonianze di ruderi, di alpestri romitori, di chiesette slabbrate, tracce di una presenza scomparsa e rimpianta! Fanno eccezione la splendida dovizia di affreschi delle Chiese rupestri di Matera, della vicina Massafra, della lontana Melfi-Rapolla — i quasi illeggibili affreschi di S. Angelo al Raparo nella grotta sottostante a quel mirabile esemplare di architettura — unico nel suo genere per gli echi che ripete della lontana Morea, purtroppo abbandonato ad una triste sorte e chi sa per quanto tempo ancora, ma che parecchio inchiostro ha fatto scorrere di penne nostrane e straniere. I sopravvissuti affreschi della Cattedrale di Anglona che risente anch’essa di riflussi bizantini. Il Bertaux li riaccosta a quelli di Mistrà, del Monte Athos e di S Maria di Cerrare presso Lecce:
« les mémes draperies de couleur fraiches, les mémes types viriles rudement accusés par des clairs jaunaftres, tranchant sur le teint brun, se trouvent dans une grande fresque, qui orne le mur latéral di Sainte Marie de Lecce » Forza edace del tempo.
Anche per la fascia ionica che ha inghiottito nell’alveo dei suoi fiumi le succedentesi civiltà — è avvenuto quello che dice il Cappelli della sorte di una delle maggiori concentrazioni monastiche della Calabria: « Un enorme numero di monasteri era sul territorio del Mercurion Latinianon; di essi esistono scarsissime testimonianze architettoniche ». Di queste vestigia spero potervi dare, in tempo opportuno la documentazione, con proiezione di diapositive a colori, da me curate.

Ma in mancanza di testimonianze vistose, dobbiamo riconoscere che, figgendo lo sguardo nelle profondità del tempo, riusciremo, forse, a trovare quella catena di geni, che accusano la « facies » ben riconoscibile di quel mondo orientale-bizantino, dal quale provengono e che, ancor oggi, sono presenti negli usi e costumi della nostra gente. Quella forza vitale scaturita dall’Oriente, rinvigoritasi nel Bosforo e trasmessa in Occidente da generazioni di asceti, al cozzo di nuove entità etniche sprigionò quella scintilla di vita, che inserendosi nella storia del nostro popolo, la vivificò arricchendola di quel contenuto nuovo di istituzioni e di forme, in una lenta ma efficace osmosi e forza di comprensione, creando quel nuovo umanesimo e fatto di civiltà, di cui vissero anche le nostre genti dello Jonio e che formano, tutt’ora, auspicio e garanzia di una terza primavera storica, in virtù di quella ricchezza di valori spirituali, depositati in una serra feracissima, che fin dall’antichità, Atenèo chiamava « una delle contrade più belle del mondo » nullus amoenus locus est, nec optabilis, ut is, quem Siris circumfluit .


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