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Carbone (PZ). Benvenuti.

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Il Monastero dei Santi Elia e Anastasio di Carbone
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Sotto la dominazione Sveva e Angioina -



Le donazioni al monastero di S. Elia di Carbone continuarono anche sotto il periodo Svevo. Si conservano a riguardo due privilegi concessi a detto monastero da parte di Federico II, uno del 1219 ed un altro del 1232 nel quale l'imperatore riconferma tutti i privilegi del monastero e in più concede all'abate e ai monaci:"il possesso delle terre del nostro demanio che si trova in Policoro tra il fiume Agri e il tenimento della Scanzana (…)
Per maggior nostra generosità diamo, inoltre, al predetto monastero, la libera facoltà di avere nel fiume Agri una propria barca capace di dieci cavalli, con la quale e nella quale possa essere trasportato al di là e al di qua, gratuitamente e liberamente per amor di Dio, qualsiasi passeggero, senza alcun contrasto da parte dei camerari, dei baiuli e di qualsiasi altra persona".

Dopo la morte di Federico II, cambia totalmente la scena politica in Italia meridionale. Assistiamo all'avvento degli Angioini che prendono il posto dell'ormai logorata dinastia sveva. Parallelamente a questo si assiste anche ad una lenta ma inarrestabile decadenza della cultura greca nell'Italia meridionale, decadenza dovuta alla latinizzazione della classe dirigente greca che assimilò lingua e credo dei conquistatori, portando V. von Falkenhausen ad affermare: "alla fine del periodo svevo, a parte alcuni dottissimi, i greci superstiti erano in genere contadini ignoranti, altrettanto estranei e incapaci di gestire con decoro le istituzioni religiose greche e di amministrare i loro beni, quanto di trasmettere le forme e i contenuti di una cultura greca ormai svanita e lontana". G. Robinson sottolinea questa decadenza, ecco le sue parole: "il loro greco divenne sempre più barbaro ed in qualche monastero cessò di essere parlato e scritto. Fu presto usato solo in liturgia, così che, nel mezzo del XIV secolo, molti monaci usavano libri liturgici scritti in una lingua che non capivano più".

 

Questo processo di decadenza interessa anche il monastero carbonense, la cui storia s'intreccia con le vicende politiche e militari della regione. Infatti l'età angioina si apre, in Basilicata, con la violenta repressione dei sostenitori della casata sveva che avevano impugnato le armi a sostegno della spedizione di Corradino nel 1268; repressione che colpì non solo i promotori dell'insurrezione ma anche le popolazioni sospettate di aver favorito la ribellione. La riorganizzazione militare e territoriale provocò un grave inasprimento della pressione fiscale sulle popolazioni della Basilicata, le quali erano già sottoposte ad un pesante tributo ordinario di 1500-2000 once mensili a cui si aggiungevano collette per occasioni particolari, come i matrimoni di Isabella e Beatrice D'Angiò.

Per quanto riguarda le vicende del monastero dei SS. Elia e Anastasio in questi anni, sappiamo pochissimo, probabilmente trovò come suo protettore Drogone di Beaumont, amico di Carlo D'Angiò e maresciallo del regno. Ecco le parole del Santoro: "Pannunzio, archimandrita di Carbone, uomo di vita religiosa e di antica semplicità, preso dalla virtù di Dragone Belmonte, maresciallo regio (a cui Carlo aveva fatto grandi donazioni per l'insigne grandezza e nobiltà) e insieme allettato dalla sua grande generosità verso il monastero (che non fu turbato da nessun disagio di guerra o da alcuna tempesta nell'incerta pace, tra le rivalità e le ire dei Baroni, in quanto in modo egregio lo difendeva il Belmonte che lo aveva preso sotto la sua tutela) gli concesse in enfiteusi la Scanzana con il villaggio e il vastissimo latifondo, purché ogni anno desse al monastero cinque once di oro purissimo". Grazie a Drogone, quindi, il monastero riuscì ad evitare "le conseguenze più nefaste di un periodo tanto turbolento", periodo che continuò soprattutto dopo la morte di Drogone avvenuta nel 1277.

Infatti cinque anni dopo scoppiò "la guerra del vespro" il cui "fronte rimase attestato su una linea che congiunge Policastro sul Tirreno con Rocca Imperiale sullo Ionio, seguendo la valle del Sinni, fiume che scorre a meno di 10 chilometri da Carbone". Anni difficili per le popolazioni della Basilicata i cui riflessi negativi colpirono anche il nostro monastero. Infatti in un documento del 1305, si legge che gli abitanti del Casale di Faraco sono costretti ad abbandonare la propria sede per le distruzioni causate dalla guerra, sede in cui poterono ritornare solamente verso il 1320.

 

 
Autore

Autore: Gennaro Chiorazzo
Introduzione della tesi di Laurea:
"Cronica del Monastero di S. Elia di Carbone dell'Ordine di San Basilio Magno" di Pietro Menniti.
Traduzione e critica

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