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Carbone (PZ). Benvenuti.


 

IL CAMPOSANTO: E’ in costruzione, e lentamente si procede in questa opera.

COMODITA’ PUBBLICHE: E’ servito il paese da due fondachi di generi di privativa che estraggono dal fondaco di Moliterno, da cui dista circa 15 Miglia.
Da tre botteghe, delle quali una di genere lordi, e le altre di mercerie, zucchero, caffè, rosolii.
Non mancano beccherie e buone sono le carni. Evvi un albergo per accogliere i viandanti.
Servono alla polizia medica due Farmacie, messe con qualche eleganza, dirette da chimici istruiti, e provvedute di scelta dovizia di medicinali.

FIUMI, RUSCELLI, TORRENTI E FONTANE: L’unico fiume, o meglio torrente, che può memorarsi è quello del Serapotamo superiormente indicato. Sembra che il suo nome provenga dal greco e significa fiume secco, ovvero da siri, sinni e potamos fiume, dappoichè è questo un fiume che scaricasi nel Sinni.
Intorno al paese sono quattro fonti a pochi passi di distanza. Il primo all’Ovest, si appella Tuvilo di sopra. Forse deriva dal latino Tubolus, canaletto di creta, per farvi scorrere l’acqua la quale infatti è trasportata per mezzo di tubi di creta cotta. Il secondo a Sud-Ovest scaturisce al lato occidentale del Convento dei Francescani. Il terzo di recente costruito scorre al fianco della Cappella di S. Antonio Abate al sud-est, ed il quarto appellato Tuvolo di basso fluisce sotto la estremità meridionale del paese, precisamente al suo sud.
In generale le acque sono potabili, dappoichè pure, leggere, trasparenti, senza sapore, inodore, e tali che l’erbe e le cibarie vi bollono presto. Il paese perciò ne ha in abbondanza, e provvedute ne sono le campagne.

TOPOGRAFIA ATMOSFERICA: Per tutti gli articoli che la riguardano ci rimettiamo a quanto si è scritto per Latronico, ad eccezione del clima, che è alquanto più dolce, avvegnachè la situazione del paese è imbrigliata dalla corona di colline, che rendono meno aspra l’ira dei venti e dè rovai nei tempi jemali.

PRODUZIONI NATURALI: Del modo medesimo ci dispensiamo per tutto ciò che riflette questa materia; soggiungendo però di non esservi sorgenti minerali, e che a quanto si assicura, trovasi qualche pezzo isolato di carbon fossile nell’alveo dei torrenti occidentali, che noi stimiamo essere piuttosto fitantrace lignoide.
Il catalogo delle piante medicinali è comune perciò a questo territorio. I prodotti micologici sono i medesimi, ad eccezione della pietra fungifera che in esso non rinvienesi. Comune ancora l’ornitologia, l’entomologia, gli animali nocivi alle piante, e la caccia.

ORIGINE E STORIA: Par che l’odierno Carbone ripeter debba la sua origine dall’antico piccolo villaggio di Montechiaro, paese distrutto per casuale incendio tra il XIV e XV secolo. Il Dottor di Legge Francesco Paolo Castronuovo, dalla cui amicizia ragghiamo questi ragguagli, conserva il suggello del suo primo Municipio, avente nell’esergo queste parole: “Carbonum Montis Clari”. Esso era sulla sponda sinistra dell’anzicitato torrente, con volgere lo sguardo verso l’oriente, di cui si osserva ancora qualche rudere negli orti sottoposti al paese attuale versi il mezzodì.
Erano ancora suburbani a Montechiaro altri due villaggi nominati: Castrum Sanctae Mariae de Coccaro, e Castrum Pharaci. Dopo tale incendio i Montechiaresi, che abitavano sul vertice di amena collina, sulla quale vedesi ancora, abbenchè diruta, la Chiesetta di Santa Caterina al nord del paese attuale, discesero a Carbone, come villaggio più vicino, e l’aumentarono di novelle abitazioni.
Dilatato l’alveo del Torrente Serapotamo per essersi ridotti a coltura i terreni saldi e boscosi, i casmi e le valanghe obbligarono gli abitanti, il cui numero si era accresciuto da Farachesi e Coccaresi per essere precipitati i loro villaggi, o contadi siti su terreni franosi, ad abbandonare l’antico sito, e fondare le nuove abitazioni, risalendo la china del colle verso la parte nordica: così che nulla più rimane di Carbone antico, eccetto i segni delle alte sue ruine, come di sopra si è notato.
All’antichità di Carbone fa evidente testimonianza l’esistenza del Monastero sotto il titolo dei Santi Elia ed Anastasio di rito greco che era uno dei più rinomati della regola Basiliana, del quale esiste la celebre istoria di Paolo Emilio Santoro, Arcivescovo di Urbino, che abbiam letta con la traduzione di Marcello Spena: storia che si è resa rara per la mancanza di edizioni, e che fu stampata in Roma nell’anno 1601 pel Facciolati, in 8. Da essa si ha che codesto monistero fu fondato da più di dodici secoli e retto da persone di santa vita, nonché arricchito di molti feudi, signorie e terre donate dalla pietà dei vari nostri Dinasti, e dalla concessione di amplissimi privilegi. Possedeva tra gli altri beni la grande tenuta della Scanzana prossima al Jonio, che poi lasciar deve alla prepotenza dei Sanseverino. Ridotta in Commenda dal Pontefice Sisto IV, continuò in tale stato fino al Regno del IV Ferdinando (per gli atti del Congresso di Vienna dichiarato I del Regno Unito delle Due Sicilie), dal quale furono tali commende abolite: l’ultimo Commendatario ne fu il Cardinal Borghese. Fu retto dagli Abati fino alla sua soppressione.

Il Primo a governarlo fu S. Luca Abate, giacchè il fondatore del detto convento è ignoto. Esso morì il 13 ottobre 993; la Chiesa era dedicata alla SS. Vergine, al S. Martire Anastasio, morto crudelmente in Persia e al Profeta Elia. E’ indubitato però che la posterità, come dice il citato storico, attribuisce tutto alla provvidenza e ai travagli di San Luca.
Il Commendatario Cardinal Giulio Antonio Santoro, tra gli altri benemeriti, ingrandì ed addusse a miglior forma il fabbricato del Monastero, la Chiesa arricchì di sacre suppellettili, ed alla temporale esistenza dei monaci largamente provvide. Ma più di tutto fu generoso con i naturali del paese, ai quali molti dritti civili concesse, e se la tradizione non è alterata, fu egli che lasciò a beneficio dei poveri la Difesa della Cocuzza, dell’estensione di 260 moggia da lui riunita per compra di var pezzi di castagneti ed altri alberi. La quale difesa dopo di essersi indivisamente goduta per meglio di anni dugento da essi poveri, fu ai 28 aprile 1812 ripartita ai bisognosi per virtù della sentenza della Feudale Commissione dei 13 giugno 1810, e della decisione di Angelo Masci Commissario per la divisione dei Demanii, pronunziata il 22 marzo del 1812. Fu nell’anno 1783 che la giurisdizione da Commendatarii passò nel Regio, e le rendite della Commenda furono al Fisco riunite. Il Governatore quindi che da loro destinatasi all’amministrazione della Giustizia locale, divenne di nomina Regia, e pochi anni dopo Carbone, siccome dicemmo fu elevato a Capo Riparto, vale a dire che aveva molti altri Comuni il Governatore a se soggetti. Gli Abati non di meno amministravano le separate rendite dè Monaci; ma un ultimo crollo dovea darsi a questo secolare stabilimento religioso, e se l’ebbe da mano straniera. La soppressione incominciata da Giuseppe Bonaparte fu resa generale da Gioacchino Murat nel 1809. Il Giudice di Pace Giacomo Artore ebbe l’ordine di inventariare i beni del Convento, ed a 20 novembre dell’anno stesso l’opera di distruzione fu compita. Tre Monaci senza Abate abitavano allora quel millenario asilo, che dovevan abbandonare per sempre. Le unghie della rapacità ghermirono molti dei sacri arredi; alcuni altri con i quadri e con le reliquie si ebbero dalla Chiesa Parrocchiale, siccome si è accennato. I beni rustici dal Fisco furono venduti in parte a varii cittadini; parte ne esiste ancora, e forma un residuo di dotazione alla Mensa Vescovile di Policastro. I beni mobili se li ebbe il più destro. Hassi a deplorare più di tutto la dilapidazione della biblioteca, ricca precisamente di molti volumi di greca letteratura, e l’archivio pieno di documenti che sarebbero stati pregevoli per la storia. Rimasero erte le sole mura, ad attestare il vandalismo dè tempi; ma ancora queste doveano scomparire, poiché si voleva far perdere fin anche la memoria dell’antica civiltà, e della fede dei nostri padri. Eppure queste sacre muraglie salvarono dall’eccidio gli abitanti. Un forte nerbo di briganti (circa 800) a di 6 luglio del 1807 assalirono Carbone. I più accorti rifugiaronsi armati nel Monastero, che avevano anticipatamente messo a difesa. Comandava gli armati stessi il Giudice del paese D. Antonio Fortunato di Senise. L’assalto fu dato. I pochi resistettero gagliardamente ai molti; si ebbe un soccorso di milizia francese, e gli assaliti furono salvi. Qualche casa distante dal fuoco del Monastero poterono invadere e bruciare. Qualcheduno fu ucciso; i molti però si sottrassero alla morte con la fuga. I briganti medesimi a 4 settembre 1809 in numero doppio dei primi di nuovo assalirono Carbone. Non si ebbe previdenza. Forse non si fu a tempo. Si trascurò la salvaguardia nel Monastero. Atti all’armi e inermi fuggirono. Uno solo D. Biaseantonio Giordano si ricoverò nel Monastero dei Francescani. La trepidazione e lo scompiglio li condusse colà, e fu barbaramente ucciso a colpi di coltello a piè della croce eretta innanzi il Convento. Carbone fu saccheggiato, e messi al fuoco edifici parecchi.
Abbiamo detto che vicino al paese esiste un altro Convento di Minori Osservanti.
Nella “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis S. Basilici” n’è memorata la esistenza stessa, all’occasione di narrare l’autore che fu un frate Vincenzio di Armento del detto Ordine era congiurato con altri carbonesi a danno dei Basiliani.
Da una nota apposta dall’egregio traduttore rilevasi che ebbe origine, giusta il racconto del P. Gonzaga (De Origine Seraphicae Religionis Franciscanae, Conv. XII) dalla caduta dei Fraticelli, la cui setta era stata dai carbonesi abbracciata, e da alcuni altri naturali di Basilicata.
Erano codesti Fraticelli, al dir di Serafino Montorio (Zodiaco di Maria, Stella 2, pag. 366 e 367) una genia di uomini volgari ed ignoranti, che chiamar facevansi Religiosi del terzo ordine di San Francesco, e che professavano la vita solitaria, predicando però secondo gli istituti di Platone e l’esempio dei primi cristiani, la comunanza dei beni: che anzi degenerando ancor più, giunsero ad avere comuni anche le donne, vivendo, secondo lo stesso Montorio ed altri scrittori, immersi nelle più segrete ed abominevoli lascivie. Ebbe la loro setta origine sotto il pontificato di Niccolò V, circa l’anno 1277, ma sembra doversi correggere Niccolò III della stirpe degli Orsini eletto Pontefice il 25 Novembre del detto anno.
Capo ne fu un tale Ermanno Poncilupo di Ferrara, e secondo altri la promossero due apostati francescani dello Stato Romano.
Questo Ermano fu tenuto per Santo dai Fraticelli, ma per ordine di Bonifacio VIII, il di lui corpo fu dissotterrato e bruciato. Furono infine sterminati ai tempi di Giovanni XXII, dopo continue persecuzioni dei Papi precedenti.
Di questa loro esistenza in Carbone non vi è dubbio alcuno, mentre si cita tuttavia il monumento nel luogo campestre poco lungi dall’abitato, che ancora si chiama la Madonna dei Fraticelli, secondo si è detto.
Sterminata la setta, dei cui particolari statuti non occorre far qui menzione, come di cosa a storia ecclesiastica appartenente i Carbonesi in segno del loro pentimento, chiesero nell’anno 1547 facoltà dal Vicario del Vescovo di Anglona e Tursi di edificare questo Convento, ed ottenutala lo eressero dedicandolo alla SS. Vergine dell’Annunciata, ed ammettendovi 12 religiosi.
Il P. Angiolantonio di Craco nel 1777 diedegli miglior forma e comodità, con ammettervi vari dipinti e statue. Distinguesi fra i quadri quello della Porziungola, chè pennello di Francesco Oliva.

 

 

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