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Carbone (PZ). Benvenuti.


 




GAETANI



VITA DI SAN LUCA DI ARMENTO



Traduzione dal testo latino a cura di Traina Sac. Giuseppe
Caltanissetta 1907



Trascritto da Mario Chiorazzo


Nacque Luca in Demenna o Enna non molto distante dalla terra di San Marco in Sicilia, che al presente non esiste; ma solo vi è rimasta la memoria nel vicino monastero di San Filippo Fragalà, chiamandosi San Filippo dei Ligati come si trova registrato in una visita antica di detto monastero, e vien pure citato in un privilegio del Conte Ruggieri a favore dell’Archimandrita del monastero di San Salvatore di Messina, presso il giro di Demenna o Enna oggi Castrogiovan-ni .
Il padre di Luca si chiamò Giovanni, e la madre Ietibia ambi tanto nobili di sangue, quanto santi di costume, che non mancarono di educare nelle sante virtù col santo timor di Dio il diletto giovine, il quale giunto all’età di poter eleggere stato di vita, ricusate costantemente le nozze offertogli, deliberò meglio ascriversi sotto il vessillo monastico, abbandonando il mondo per servire Dio. Ottenuta dunque dai suoi piissimi genitori la benedizione, si portò nel monastero di San Filippo di Agira, dove allora trovavasi abate S. Saba il giovane, a lui carissimo e congiuntissimo, pur di Sicilia e del medesimo istituto basiliano, del quale avendo umilmente ed a grandi istanze chiesto l’abito monacale, gli fu concesso dopo le consuete prove. E in breve tempo fece così grandi progressi il santo giovine nelle virtù che recava stupore ed ammirazione a tutta la congregazione dei monaci. E siccome un diligente pittore, che prendendo da diverse storie l’ordine e gli esempi si studia con vari colori elegantemente adornare di belle e vaghe immagini un tempio, così Luca seguendo le dottrine e gli esempi dei santi padri, con esso loro a guisa di eleganti colori, procurò abbellire l’anima sua vero tempio di Dio.

Non fece lunga dimora in detto monastero, ma spinto dalla fame della santità del Beato Elia lo Speleota il corpo del quale gli abitanti dicono conservarsi in Calatro , poiché siccome il sole illumina tutto il mondo, così Elia con la dottrina e gli esempi illustrò tutta la Calabria (nato nel castello di Bova dimorò in una certa spelonca del territorio di Reggio verso la terra cosiddetta di Melicucca), Luca con la benedizione dell’Abate San Saba andò a sottoporsi alla disciplina ad obbedienza di colui. Questi, avendo conosciuta la egregia indole di lui e il fervore di spirito, benignamente lo accolse aggregandolo tra i suoi discepoli, fra i quali i monaci Faustino, Zaccaria e Filareto risplendevano nell’osservanza regolare a guisa di lucidissime stelle .Quindi Luca procurava imitare con tutte le forze le eroiche virtù del maestro come la profonda umiltà, la carità ardentissima, la rigidissima astinenza . Era mansueto e dolce nel parlare, assiduo nel pregare, prontissimo nell’ubbidire, indefesso nel lavorare, devotissimo nel salmeggiare. Non mancava di emulare le virtù di altri religiosi, poiché in quel tempo l’istituto monastico basiliano nella Calabria si era molto dilatato, dove a guisa di un altro Egitto fiorivano legioni di monaci che non la cedevano nella santità a quei della Laura, della Nitria e della Tabaida. 

Circa il 950 avendo il B. Luca per divina rivelazione conosciuto le imminenti rovine che sovrastavano alla Calabria per le incursioni dei Saraceni, i quali la desolarono quasi tutta nel 986, secondo il Protospada, abbandonato quel luogo della spelonca, passò in Basilicata e se ne venne a Noia castello sito in luogo elevato, di acque insalubri, e circondato a folte selve. Trovata quivi una chiesetta dedicata a S. Pietro Apostolo, vi si trattenne sette anni godendo della solitudine e del silenzio, occupandosi nelle sue consuete e fervorose orazioni. Ma non potendosi nascondere una città edificata su di un alto monte, pubblicatasi in breve la fama della sua santità vi concorrevano i popoli come ad un apostolo ed egli fattosi tutto a tutti per guadagnarli a Cristo, con l’efficacia delle sue esortazioni convertiva peccatori, consolava afflitti, risanava infermi, ed operava con la divina grazia cose mirabili. Quindi risolvette passare altrove , dove viver potesse sconosciuto, temendo che, con la frequenza delle umane lodi non perdesse il frutto delle sue fatiche, e sentisse rimproverarsi dal Signore :Hai già ricevuta la tua mercede. Partitosi dunque da Noia, si portò all’antico e già rovinato cenobio di S. Giuliano vicino al fiume del distrutto Grumento. Ivi stette come il tesoro disperso nel deserto ed avendo restaurato ed alquanto ampliato il cenobio, unì molti del deserto e li vesto’ dell’abito monastico istruendoli circa l’osservanza delle regole negli esercizi dell’umiltà, dell’astinenza, dell’ospitalità e fraterne carità, facendo anzitutto se stesso vivo esemplare di virtù essendone assidue le orazioni, incredibili le macerazioni del corpo, copiose le elemosine, ed innumerevoli le opere di pietà così in privato che in pubblico, di notte e di giorno, potendosi assomigliare al gran patriarca alessandrino S. Giovanni Elemosiniere, imperocchè i beni dell’uno e dell’altro quanto più largamente venivano dispensati ai poveri, tanto più copiosamente crescevano.

Accadde in quel tempo una grande fame nella provincia di Marsico,e accorrendo molti al monastero del S. Abate Luca per riceverne qualche soccorso, egli compassionando le necessità di que’ suoi meschini ordinò ad uno dei suoi monaci che senza risparmio alcuno dispensasse ai poveri quanto vi era di provvigione. Il che eseguendo il monaco, andavano intanto miracolosamente crescendo i comescibili. Ma avendo il dispensiere voluto ricevere il prezzo delle vettovaglie, cominciarono a diminuirsi, a mancare in tal modo, che accortisene i monaci, andarono dal S. Abate a lamentarsi che le provvigioni della comunità appena sarebbero bastate per una o due settimane. Intesa la qual cosa, il padre Luca, levandone la cura al detto dispensiere, vi sostituì un altro il quale distribuendo a tutti largamente le ordinate elemosine, cominciò a moltiplicarsi di nuovo meravigliosamente l’annona e in tanta abbondanza che bastò per tutto l’anno non senza stupore di quanti monaci erano in monastero, lodando tutti il Signore che si degnò costituire un servo fedele e prudente sopra la famiglia per darle il cibo a tempo opportuno. Molti altri miracoli operò il Signore per i mariti del S. Abate, dacchè discacciava dai corpi i demoni, e secondo il costume degli Apostoli, sanava col solo contatto della pezzuola gl’infermi, ed anche per mezzo dei suoi monaci mandati con alcuna delle sue povere vesti, operava le medesime meraviglie, eziandio con l’invocazione dello Spirito Santo, e sebbene non avesse studiato altro che il modo di pregare e salmeggiare spiegava nondimeno le Sacre Scritture, ed interpretava i passi più difficili e reconditi misteri di quelle, non senza stupore di chi l’udiva, ed ammirazione di coloro i quali sapendo che egli non aveva atteso allo studio delle lettere tanto profondamente e perfettamente discorreva sopra le questioni più ardue dei filosofi.

Stando dunque il S. Abate intanto nel divino servizio, era sommamente temuto dai principi, uno dei quali chiamato Landolfo, signore delle terre vicine a S. Giuliano, mosso da l’avarizia e stimolato dall’invidia, che per quanto andavano crescendo i beni del monastero con le oblazioni dei fedeli di altrettanto mancassero quelli dei suoi vassalli e le rendite di sua casa, deliberò così istigato dal demonio, di assalire e rovinare il detto monastero. Il che saputo per divina rivelazione il S. Abate e predettolo ai suoi monaci, costoro intimoriti, avevano in pensiero di fuggirsene. Ma il S. Padre li confortò rassicurandoli che si grande temerità non avrebbe recato loro male alcuno, sibbene al medesimo autore, come segui, imperocchè avvicinandosi il sudetto Landolfo per adempiere la sua malvagia, venne come da demoni tolto, né mai più si vide. Ciò avvenne circa nel 956. Con questi e simiglianti castighi punisce Iddio coloro che perseguitano i suoi servi, e si fanno lecito di usurpare danneggiare ed occupare sacrilegamente i beni delle Chiese. Per quel tempo che si trattenne in S. Giuliano, là dove S. Laverio ebbe il martirio e fu sepolto, ivi dal popolo grumentino fu eretta una magnifica chiesa a suo onore nell’anno315, la quale distrutta indi dai Saraceni e bruciata, fu circa l’anno 960 in più picciol sito da S. Luca riedificata non molto distante dal distrutto Grumento, le cui rovine vedono sotto Saponara, vicino al fiume Agri, secondo si rileva dagli Atti di sua vita scritti da Roberto di Romana, come nota l’Ughelli (A. 7.f. 648).
Nell’anno 970 della cristiana salute il B. Luca volendo fuggire la venerazione e la stima degli uomini, si partì dal suddetto monastero di S. Giuliano e passò in un altro antico monastero sito sopra il monte Carbone, sotto il titolo di S. Anastasio Persiano, martire basiliano. Avendo ivi trovato le fabbriche che minacciavano rovina, e i costumi dei monaci alquanto depravati, si applicò tutto al riparo di quelle, e alla riforma di questi, facilitando col suo vivo esempio la strada per farli divenire buoni e perfetti servi di Dio e faticò tanto in ciò che ridusse in breve spazio di tempo alla bramata perfezione non solo i monaci ma benanche il monastero ; e meritò esser tenuto sin oggi non solo per restauratore ma per vero fondatore e primo archimandrita cioè il primo del monastero come risulta dagli Atti del . Biagio Abate, suo immediato successore e dalle tavole e scritti del S. Luca V Abate Carbonese. In questo monastero gettò il S. Archimandrita le fondamenta della futura santità dei susseguenti abati, e fermo le colonne nel solidissimo edificio di un’esattissima e severa disciplina, sotto la quale vivendo i suoi monaci, facevano sentire dappertutto l’ottimo odore dei loro castissimi costumi.

Ma cresceva il rumore delle armi per cagione delle guerre ed in particolare dei saraceni che tenevano occupati molti luoghi d’Italia e nelle parti di Calabria non cessando di saccheggiare e danneggiare le terre e le città, uccidendo e mettendo in schiavitù le persone, e commettendo mille enormità, senza verun riguardo a chiese e luoghi pii. Quindi l’anno 972,scorgendo di non essere sicuro dalle scorrerie e violenze dei medesimi nel detto monastero di Carbone, deliberò ritirarsi in luogo solitario e fortificato da natura, e dopo aver ricercato molti luoghi montuosi, ne trovò finalmente uno molto opportuno alla sicurezza non solo sua e dei suoi compagni, ma anche di tutti gli altri dei vicini cenobi, e questo fu il castello detto di Palombaro, in territorio di Armento, così chiamato da principio, ovvero rocche d’arma in Basilicata, dodici miglia distante dal monastero di Carbone , castello cinto di rupi scoscese, e per la difficoltà di natura inaccessibile a che volesse assaltarlo. In questo luogo acciocchè contro gli istituti e la disciplina monastica non andassero vagando i monaci fuggiaschi di altri monasteri, e nel castello Palombaro di Armento, siccome ad un’ara e ad un asilo si congregassero, appena giuntovi alza un monastero sicuro dell’ostile furore e dalla violenza delle imminenti armi vi edificò una piccola chiesa in onore della B Vergine Maria e di S. Pietro. Qui dunque dimorando e non potendo la fiamma della carità che ardevagli in petto non diffondersi in beneficio dei prossimi, sovveniva ai bisognosi, consolava gli afflitti, sanava gl’infermi e gli oppressi dai demoni, invocando il nome santo di Gesù, e per sfuggire il nome di santo e le lodi dei popoli, applicava agli infermi rimedi naturali, acciocché si credesse fare con la virtù delle erbe ciò che per divina virtù si operava, ben conoscendo che non basta raccogliere nell’anima le virtù, se non si mantengono chiuse con la chiave dell’umiltà ; la bontà che apre l’uscio all’aura popolare, presto sen vola.

Nel 966 avvenne che regnando in Costantinopoli Neceforo Foca, l’ultramontano Ottone il Grande, detto il Feroce, scendesse in Italia per soccorrere il Pontefice Giovanni XIII cacciato dal soglio dai Romani, e negatagli da Niceforo imperatore dei Greci la figlia Teofania per moglie al suo Ottone chiarissimo giovane di grande indole, si sdegnò grandemente e volendosi vendicare della scelleratezza e della perfidia di Niceforo, apparecchiò la guerra contro i Greci e contro i Saraceni. Ma nel 969 ritiraronsi dall’Italia i Saraceni, udendo che eran per muoversi contro di loro le forze dei Tedeschi e dopo molti contrasti i Greci, accinti alla guerra si opposero al giovane Ottone II, mandato dal genitore contro di essi con un esercito ; si venne ad una fiera battaglia, e i Greci furono sconfitti e cacciati dalla Calabria e dalla Puglia. Nel 974 poi i Saraceni di nuovo agognando all’eccidio d’Italia, con grandissima flotta in numero di 45.000 uomini dei quali la maggior parte passò nell’alta Italia, dove dispersa Frassineto, furono in quell’anno affatto sconfitti da Guglielmo Conte di Provenza, fratel di Corrado re di Borgogna e dal Siciliano Emir = Ebbir ( Storia di De Clemente di Carbone),poiché ritiratisi per quei monti infestavano tutto il vicinato e mettevano in contribuzione chiunque osasse passare per le Alpi.

Il resto poi dei Saraceni, approdati ai nostri lidi, e messa a terra la soldatesca, e riempiendo di sangue e di strage la Puglia,la Basilicata e la Calabria, ed un distaccamento posto in campo nella campagna di Armento, d’intorno alla chiesetta della beatissima Vergine Maria, fuor del castello e monastero, dove si era rinserrato S. Luca con i suoi monaci e dei monasteri convicini, lo cinsero d’assedio per espugnarlo, e scorrazzando per quelle campagne non lasciavano di profanare quel sacro luogo con gl’immondi piedi, col dormirvi e con altre scellerataggini. Quali ingiurie intese dal servo di Dio in disonore della B. Vergine Maria, come anche le gravi calamità che pativano i poveri cristiani schiavi ed oppressi da catene, non potevano contenere le lacrime ed i singhiozzi. I cittadini tremano e cominciano a disperare di loro salvezza ;i cenobiti circondano il S. Archimandrita, affinché non li abbandoni, né soffra che le cose sacre sian poste in ludibrio, ma piamente pregasse con preghiere Iddio, e Lo chiamasse in soccorso della implorata salvezza dei cittadini.

Piamente fremendo il S. Padre prostrato a terra recitava al Signore il cantico dei tre fanciulli, che questi recitarono nella babilonica fornace e quel detto del profeta Davide : “Signore, son venute le genti contro la tua eredità, hanno contaminato il tempio santo tuo, hanno dato Gerusalemme in custodia etc. Questo fanno le genti , o Signore, contro i servi tuoi, alcuni son rimasti uccisi, altri flagellati , altri in prigione per condurli in misere schiavitù. Adesso, o Signore, siano tribolati, afflitti ed umiliati più di tutti sopra la terra, usaci misericordia, e libera dalla cattività i servi tuoi. Ecco, o Signore, si sono sollevati a guisa di leoni e fiere selvagge per divorare i tuoi allievi, dicendo : Dov’è il loro Dio ? Qual Dio potrà liberarli dalle nostre mani ? Sii a noi propizio, o Signore benignissimo, e non dare in obbrobrio dei tuoi nemici il sangue dei servi tuoi. “ Così detto il S. Archimandrita con abbondanza di lacrime fece le vigilie, perseverando in orazione coi suoi monaci, e come Dio parlò a Mosè che pregava : “Perché ricorri a me ? alza la tua verga, batti il mare e passerai tu e i figlioli di Israello “. Allo stesso modo parlò a questo venerabile uomo : “ Perché esclami a me ? O Luca mio servo, di ai tuoi monaci che si accingano tutti. Tu prendi il tuo bastone e precedili per discacciar questi cani, poiché non potranno resistere allo splendore della grazia dello Spirito Santo a te conceduta, avendo tu trovato grazia presso di me. “
Ciò inteso S. Luca, alzossi dall’orazione ed armato di viva fede, con grande coraggio si accinge all’impresa, e fermatosi alla porta, riguardando tutti i suoi, scegli i più robusti, lasciando i più deboli nel monastero, ed armatosi col segno della S. Croce e del suo pastorale, a guisa di capitano di valorosi soldati, con grande animo li conforta al combattimento fuori della porta, prendendo gli esempi dal forte Gedeone che con pochi scelti tra infinita moltitudine superò grandissime schiere di nemici, e da Gesù n’avesse, che altresì con poca gente sconfisse più volte gli eserciti. “ Voi dovete mettere per i vostri fratelli la vita, uscite con la speranza ben certa della vittoria, e combattete valorosamente contro gl’infestissimi nemici di Cristo e die Cristiani suoi seguaci, perché Dio onnipotente li darà nelle vostre mani.” Li benedisse ,pregando per esso loro, e con l’inalberato vessillo della S. Croce si avviarono contro i perfidi Agareni. 

Gli abitanti alzato un grido, assaltano il nemico, che ora per montare per lo scosceso della montagna, e felicissimamente combattendo, lo cacciano da quel luogo . Si viene alle mani : pochi contro moltissimi valorosissimamente combattono. La battaglia è dubbia, le ferite crudeli, le grida discordanti, e i gemito dei moribondi, lo strepito delle armi si odono. Splendidissima luce circonda la testa del santo con raddoppio fulgore , e il santo apparendo ai barbari seduto sul suo bianchissimo cavallo , che furioso inseguendoli lascia l’impressione di una zampa ferrata su di una viva pietra in segno di vittoria, insieme all’altra della punta e chiodo del pastorale (sino ad oggi si osservano dai passeggeri su la serra detta di S. Luca di rimpetto l’abitato, ed a memoria ancora vi fu eretta una gran croce che si chiama timpa della Croce o destre della Croce). Abbatté dunque S. Luca la loro audacia. Gittate le armi, i saraceni cominciarono a pensare alla fuga, e ciascuno dimentico dei compagni e della disciplina sen fugge nessuno rimane fermo al suo posto restando in gran parte uccisi e sconfitti dal piccolo stuolo dei Cristiani ed altri prigionieri e spogliati di loro armi. Rimasti in tal guisa vincitori e trionfanti gli Agrumentani (gli abitanti presso il fiume Agri) e liberata la loro patria dall’imminente sterminio, ringraziarono il Signore, che per mezzo delle orazioni del B. Luca li aveva salvati, e d’allora in poi lo riverirono come angelo terreno per loro tutelare e protettore. Egli però non cessava di benedire e ringraziare Iddio per la misericordia compartita ai suoi servi recitando quel salmo :” Sorga Iddio e sian dissipati e nemici di lui, e fuggano coloro che l’odiano, dalla faccia di lui. “ 

Indi a poco accadde in tutti i monasteri soggetti alla spirituale cura del B. Archimandrita, che regnasse un’infermità così grande, che quasi tutti i monaci infermavano a morte : il che permise Iddio per accrescere il buon concetto e stima al B : Luca, ed anche la pazienza e il merito di tutta quella congregazione di religiosi. Imperciocchè, visitando egli ciascun monastero, con l’efficacia delle ferventi orazioni, richiamò molti alla vita, e già vicini a morte fra i quali in Armento il monaco Nicolò già da tre giorni defunto. Coloro poi che non eran da lui guariti, passavan soavemente e di buon animo all’altra vita, che loro non parca morire, ma passare dalla infermità alla salute, dalla tristezza alla allegrezza, dalla morte alla vita. Più volte il B. Luca a somiglianza di S. Nicolò di Bari arcivescovo di Mira, apparve a molti , che lo invocavano non solo dopo morto ma anche essendo in vita, dando loro l’aiuto e la salute che bramavano. Ad uno che precipitato da un’alta rupe , gli si fece presente, e quantunque tutto fracassato e rotto, lo risanò in modo che non appariva in lui lesione alcuna. 

Operando questi ed altri prodigi, non lasciava di esortare i suoi monaci d’imitare le virtù degli antichi padri e degli altri loro fratelli più perfetti nella vita dello spirito : in particolare la vita ammirabile del Santo monaco Antonio suo nipote, poco prima defunto il quale essendo monaco del monastero, non era di peso e di molestia ad alcuno, ma con tutti dolce, mansueto, modesto, umile ed obbediente, e per dirla in breve in tutto fu similissimo sine all’ultimo spirito allo anacoreta Antonio il Grande. Così esortava i suoi monaci per farli camminare nella via destra ed angusta del Signore, e non declinare alla sinistra larga e spaziosa della perdizione, e intanto indefesso non lasciava di edificare e restaurare templi tra i quali quello dedicato al B. martire Laverio, che egli avea ritrovato già rovinato, tagliando egli con le sue stesse mani la legna necessaria, cocendo le pietre per la calce, e conducendole non senza sudore sopra le proprie spalle, avendo risoluto di non gustare il pane, se non operava e travagliava con le sue mani, secondo il consiglio dell’Apostolo e la regola del Padre S. Basilio che egli professava. Ma essendo costume del demonio, nemico delle buone opere, l’opporsi per impedirle, vedendo il B. Padre intento a tante opere di pietà e cristiana perfezione, cominciò a tentarlo, a somiglianza del B. Giobbe e percuotendolo fieramente alle gambe, gli causò piaghe incurabili, che l0obbligarono per lo spazio di tre anni rendendo vani gli stratagemmi e le arti del demonio, che si sforzava a tormentarlo ed alienarlo dalle divine laude. Ad imitazione del S : Giobbe, quanto più incrudelivano le piaghe, con tanta maggior pazienza lodava e benediva il Signore.

Né qui si deve passare in silenzio come il S. Archimandrita Luca ebbe una sorella di nome Caterina, la quale essendo stata congiunta prima in matrimonio, ebbe due figli, cioè il B. Antonio di cui abbiam fatto poco fa menzione ed il gloriosissimo Teodoro, altro angelo in carne mortale, che fu stato nel monastero del Salcio come si legge nella vita del B. Saba il Giovane. Caterina dunque essendo rimasta vedova venne dalla Sicilia in Armento, e genuflessa avendo prima supplicato i devoti monaci e poi pregato il S. Archimandrita suo fratello, acciocché coi due suoi figlioli l’avessero vestita dell’abito basiliano e conseguito avendo quanto ardentemente bramava fondò con l’opera del S. Fratello un monastero di vergini, con le quali visse onestamente nella chiesetta campestre della B. Vergine Maria di cui sopra si è parlato e risplendé fra quelle gloriose con tale esattezza ed osservanza e di esercizio di virtù che non parve dissimile dal fratello nella santità. Tali erano i costumi esemplari di quelle vergini , che i religiosi posti alle cure di esse rimanevano talmente stupiti dal loro vivo esempio nello spirito e nella pietà, che servivano ai superiori degli altri monasteri per norma nell0osservanza e dottrina. Dopo che poi Caterina ebbe reso il beato spirito al Signore fu seppellita nella chiesa campestre della B. V. Maria ed è tradizione che le sue reliquie con quelle del B : Antonio suo figlio, sono nella chiesa di Armento, nelle tombe del sacro corpo di S. Vitale.

Ritornando un giorno il S : Archimandrita ed abate Luca dalla visita dei monasteri, già ben maturo di età, consumato dalle fatiche, stanco del viaggio, rapito in estasi, vide un angelo, che gli annunziò il giorno di sua morte così : “Luca, uomo di Dio presto cammina, sollecita i passi, perché Dio vuole che tu lasci questa vita mortale e passi agli eterni godimenti ; hai abbastanza patito per amor suo ; già vuole che riposi per sempre.” Ritornato subito in sé, narrò al compagno la visione. Andiamo presto, disse, al monastero perché Dio mi chiama da questo mondo. Giunto appena al monastero, ricevuti con somma devozione ed effusione di cuore e di lagrime i santi sacramenti, si pose a giacere nel suo povero letticciuolo, esortando i suoi monaci che gli facean corona, all’osservanza della regola e dei loro voti, alla carità fraterna ed alla mortificazione, e stendendo la destra, a somiglianza di Giobbe, li benedisse ; ed armatosi col segno della S : Croce recitando sacri inni rese in mano degli angeli quella sua beata anima a Dio, il 13 ottobre, l’anno della incarnazione del Signore 993, dopo essersi trattenuto nel monastero Palombaro per circa 15 anni.

Alla morte di S. Luca per divina ordinazione, si trovò presente il vecchio e venerabile abate S. Saba il giovane anche di Sicilia, suo amicissimo e amatissimo, il quale fu primo maestro di lui nello spirito , e dato gli avea l’abito basiliano nel monastero di Agira, come si disse in principio di sua vita, e che abitava allora nei confini della Lucania, nel monastero dei Basiliani della Scalea o Didascalia, Palinuro e Policastro, come si legge nell’ammirabile vita di lui scritta in greco, in un codice antico ritrovato nel monastero di Carbone, ed oggi conservato nella Basilica di S. Basilio in Roma. Ma è plausibile ancora che questo B. Saba stanziasse in S. Giuliano vicino Armento, secondo questa testimonianza che riferisce Giacomo Racioppi : “ Saba alla morte di S. Luca era abate di S. Giuliano, e partecipava a Salunzio arciprete di Saponara l’avvenuta morte di S. Luca abate di Armento. Salunzio di animo gentile, risponde le sue condoglianze.”
Questo b. Padre Saba, saputo il passaggio di S. Luca lavò quel venerabile cadavere decentemente secondo l’antico e lodevole costume di S. Chiesa, ed accomodato dai suoi monaci sopra una bara, lo condussero processionalmente nella chiesa campestre della B.V. Maria spargendo copiose lacrime per la perdita del loro Pastore Padre e Maestro. Uguale fu il lutto della città di Armento, piangendo amaramente la perdita del suo tutelare e liberatore. Concorrevano dappertutto dei popoli , non si udivano per le strade che pianti, sospiri e lamenti; correvano uomini e donne , vecchi e giovani ; si affollavano per accostarsi alla bara, per baciargli i piedi e toccarne le vesti. Celebrate finalmente le esequie, con salmi e sacri inni gli diedero onorevole sepoltura.

Avvenne in quel tempo che Toscano figliolo di Rabdi signore di Torre Armento e altri luoghi circonvicini, fissasse la sua dimora nel castello di Armento, fortificato da natura di tagliate rupi, e giusta l’istoria di Niceforo Porfirogeneto, n. 55, Armento era uno dei 150 luoghi occupati dai saraceni, detti munita oppida. Fortissima fu parimenti nel 1133, poiché l’abate Telefino ragionando di Ruggero II conte di Sicilia, che in Armento assediò Roberto conte di Montescaglioso e primo re di Napoli, scrive : “Espugnata quindi Matera, il re venne su Armento, munitissimo castello dove era venuto Roberto fratello del predetto Godofrigo.” Toscano dunque avvenuta la morte di S. Luca, gli fece edificare la chiesa in un angolo del suo castello. Nel fondo di una torre, come si vede attualmente, fece costruire una necropoli, nelle pareti d’intorno furono formati dei sepolcri, e sopra pilastri e quattro colonne fu poggiata la volta. Questa necropoli, che si chiama Soccorpo, è sotto il coro, l’altare maggiore e il presbiterio della chiesa, e vi si accede per un corridoio di venti gradini. Toscano perciò che aveva preferito a sua dimora Armento, compita la chiesa sotto il titolo di S. Luca Abate, con l’intervento del b. Luca V abate carbonese, il quale aveva fatto costruire in Carbone, operandovi col consiglio e con la mano, la Chiesa Parrocchiale sotto lo stesso titolo, e ne facesse la solenne traslazione dalla chiesetta di Palombara, riponendo il sacro corpo nell’altare maggiore di detta Chiesa circa l’anno 1030. Volendo Toscano normanno rendere più decorosa questa novella chiesa di S. Luca mosso da devozione verso S. Vitale Abate, che nella città di Torre si venerava, risolvette trasportarvelo. Ed invero onde effettuare tale religioso proponimento, pensò avere per forza dai Turritani ciò che invano avrebbe potuto pacificamente ottenere. Quindi profittando del tempo in cui la gente è più occupata nei penosi lavori della messe, e il paese è più spopolato, scortato da buona mano di armati di Armento, si portò alle Torri direttamente al tempio che conteneva il sacro deposito e fattosi dal custode, vecchio e venerando sacerdote, aprir la tomba che lo racchiudeva, sotto pretesto di venerarlo, subito che l’ebbe aperta, furando il sacro corpo, il condusse in Armento, minacciando di morte il custode se tra il popolo ne menasse rumore ; e così circa al 1055, riponendo questo prezioso tesoro nel crittoportico della chiesa di S. Luca o Soccorpo, il culto e il fervore dei cittadini si accrebbe per la protezione dei due santi, che rendono benedetta la città di Armento, resa fiduciosa sotto il patrocinio di così grandi intercessori. L’altare di S. Vitale è sotto l’altare maggiore . 

Il mese di ottobre in Armento è chiamato S. Luca o il mese di S. Luca. Avverte l’Ughelli nella sua Italia Sacra ( t.7 f.491) che i corpi dei Santi Luca, Vitale, Ilario e Giovanni di Galaso riposano nella chiesa cattedrale di Tricarico in Basilicata e il braccio di S. Luca, coperto d’argento. Doveva dire nella chiesa di Armento, diocesi di Tricarico. Questo braccio di S. Luca, coperto di argento, si espone alla pubblica venerazione e si porta in processione. La metà del pastorale in avorio è nella chiesa di Armento, l’altra metà inferiore si trova nella chiesa di S. Luca in Carbone.
Gli autori che hanno scritto intorno alla vita di S. Luca sono :

1 Un monaco suo compagno che la scrisse in greco, secondo dice P.E. Santoro nella sua Storia Carbonese

2 Le gesta del B. Biagio suo immediato successore nel monastero di Carbone.

3 Il b. Luca V abate carbonese, che la tradusse in latino come il suo testamento del 1055.

4 Roberto di Romana, arciprete di Saponara 1210 presso Ughelli.

5 Pietro Salerno Palermitano.

6 I Bollandisti.

7 P. Francesco Cutrera, gesuita nel suo Pantheon Siculo.

8 Ottavio Gaetani di Siracusa, Gesuita nelle Vite di Santi Siciliani.

9 P.E. Santoro arcivescovo di Urbino, nella storia del monastero di Carbone, volgarizzata dal Dr. Spena (Napoli 1831).

10 Pietro Menniti, generale dell’Ordine Basiliano nel 1601.

11 Perdicaro Giuseppe t. 2

12 Mirafiori, Storia di Calabria

13 Barrio, Storia di Calabria

14 Racioppi, Istoria di Basilicata 1889


















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