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Carbone (PZ). Benvenuti.


 


Recensione a:

GERTRUDE ROBINSON

History and Cartulary of the greek Monastery of St. Eliae and St. Anastasius 
of Carbone

Da: “Orientalia Cristiana”. Vol. XI-5, n. 44; Vol. XV-2, n. 53; Vol. XIX-1, n. 62 – Roma, Pont. Ist. Orientalium studiorum, 1928, pag. 80 con 6 tavole; 1929 pag. 160, 1930, pag. 200.

Documento trovato nella biblioteca Nazionale di Napoli
e trascritto da: Mario Chiorazzo

 

Alcuni muri cadenti, una grande croce di legno nero che segna il punto ove si ergeva il Monastero scomparso, un ponte che i contadini dicono fosse un tempo un ponte levatoio, i resti di qualche antica fabbrica nel fondo di una cantina sulle pendici del monte, qualche pittura di santi greci, di data recente, nella chiesa del villaggio, ecco quanto resta oggi – almeno sopra terra – di quell’antico e glorioso Monastero greco di S. Anastasio e S. Elia di Carbone che, protetto ed arricchito da principi normanni e svevi, primeggiò per qualche tempo fra tutte le fondazioni greche dell’Italia meridionale.

Il sito attuale delle rovine sulle pendici del monte, sotto la piccola cittadina di Carbone, non era certamente quello originario dell’abazia: tanto il “Chronicon” quanto il “Codice Diplomaticus Barensis” sono d’accordo nel dire che nel 1174 vi fu un terribile incendio che distrusse il vecchio fabbricato con molti preziosi documenti del monastero, che dai monaci venne trasferito sulla cima del colle vicino, Montechiaro, ove si ergeva il santuario venerabile di Santa Caterina.

Ma il fuoco continuò a minacciare la vita della comunità. La costruzione nuovamente si incendiò nel 1463 ed il monastero fu trasferito là ove si possono vedere i ruderi attuali.

Nella prima metà del XVII secolo l’Abate commendatario e Cardinale protettore Giovanni Battista Panphili – più tardi Innocenzo X – trasportò nel proprio archivio gran parte dei documenti esistenti in quel monastero, già in piena decadenza. Ed è appunto nell’archivio della famiglia Doria-Panphili che miss Gertrude Robinson li ha ritrovati, pubblicando per ora quelli greci, con la relativa traduzione inglese, in tre volumi dell’Istituto Pontificio per gli studi orientali. Precede i documenti una interessante prefazione in cui, dopo aver tracciato brevemente la storia del movimento monastico greco effettuatosi nel X e XI secolo nella selvaggia regione montana di Monte Raparo e che si gloria dei nomi di S. Saba il giovane, di S. Cristoforo e S. Macario, di S. Vitale e di S. Luca di Armento- l’autrice riassume le vicende del Monastero attraverso i secoli, quali appaiono dal prezioso cartolario da lei illustrato.

Forse di questa vasta affermazione di vita monastica – greca nel rito, nella lingua, nelle tradizioni culturali – l’Autrice sopravaluta le espressioni artistiche “un tempo meraviglia dell’Italia meridionale” come l’importanza sociale che pur fu considerevole: “quegli eremiti che salvarono intere popolazioni dalla morte per mano dei Saraceni e dalla fame; il cui lavoro ridonò la fertilità alle terre devastate e spogliate, e fece rifiorire una civiltà che sembrava sul punto di spegnersi”. 

E questo è dovuto al fatto che dei molti romiti e santi uomini che vivevano in grotte e celle noi abbiamo notizia quasi esclusivamente dalle pie e meravigliose leggende, dalle agiografie che sono fonti storiche da accogliersi sempre con molta riserva.

San Luca di Armento fu il fondatore di quel remitaggio che più tardi, sviluppato, trasformato, divenne il famoso monastero chiamato dapprima di S. Theotokos e S. Anastasio, più tardi di S. Anastasio e di S. Elia.

Uno dei più antichi documenti del cartolario è di solo 50 anni dopo la morte di S. Luca ed è il testamento dell’Abate Biagio (1041) nominato ancora Biagio di Armento.

Terre e fabbricati della comunità vengono lasciati a un “suo fratello nella carne” e ai figli di suo fratello, probabilmente per eludere la legge bizantina che vietava ai Monasteri di comperare ed ereditare proprietà.

In un documento di diciotto anni dopo, in cui l’abate si firma già Luca di Carbone, sono menzionati tutti i primi dirigenti della comunità:

“Il venerabile monastero del Santo e Beato Anastasio – egli dice – fu fondato dal Santo e taumaturgo Luca detto di Carbone, che ricevette il sacro, angelico abito dallo stesso grande Saba. 

A quel sant’uomo successe Blasius vicino a lui per virtù e tenor di vita. Fu seguito da Menas che fu fatto prigioniero dagli Agareni (Saraceni) e lasciò il Monastero in custodia al suo congiunto Stefano, che aveva da lui ricevuto l’abito e fu chiamato Teodulo. E Teodulo nominò a succedergli, me, Luca, monaco e prete per quanto indegno e privo di virtù”. 

A questo secondo Luca probabilmente il monastero deve il suo notevole incremento: molti sono i monasteri, le laure, le chiese che egli fa riattare e sottoporre al controllo del centro monastico di Carbone.

* * * * * *


Con l’avvento dei Normanni la situazione materiale delle comunità greche anziché immiserire si consolida, e in molti casi migliora: non perché “i Normanni – come scrive l’autrice – fossero affascinati dallo spirito bizantino”, ma perché, come già fu da altri osservato, la loro politica realista e di compromesso li portò a conservare nelle varie province conquistate le istituzioni e i costumi longobardi, greci e arabi quando non fusero gli elementi di origine diversa in un unico istituto come nel caso specifico del feudo.

Il fatto – notato da Zampelios, da Chalandon e da altri- che Ruggiero si sia voluto far rappresentare con le insegne di “Basileus” nei mosaici della Martorana, non mi pare possa servire di serio argomento, per una preferenza del re normanno nel campo politico e amministrativo.

I più grandi monasteri greci, e tra questi Carbone, furono messi su un piede di baronia uguale a quello delle grandi fondazioni benedettine.

Nel 1074 i Chiaromonte, signori feudali di Carbone, danno delle loro terre in libero possesso al monastero; e i monasteri greci più piccoli dei dintorni vengono posti sotto il controllo di quello di Carbone. 

Del 1096 è un’altra donazione dell’abate Blasio del vecchio e cadente monastero dei Santi Quaranta di Cerchiara con le vigne, i boschi e le terre di sua spettanza. 

Più tardi il dominio del Monastero si estende sulle terre di Tursi e Policoro fino alla riva del mare, con diritto di pesca per una quarta parte. 

Del 1126 è un atto di Boemondo II che, al momento di partire per la Crociata, pone la Chiesa di San Bartolomeo di Taranto, riattata da sua madre Costanza, con tutta la sua proprietà entro e fuori le mura, alla dipendenza di Nilo, Abate di Carbone. 

Sotto questo Abate – che appare, dispare, e ricompare negli atti [1]- tra il 1101 e il 1134 il monastero, mutando il suo carattere originale, raggiunge la maggiore prosperità.

L’Abate nei documenti è chiamato il “Signore Nilo”: ed egli ha, come gli Abati delle grandi abbazie benedettine, il diritto di giurisdizione; possiede vassalli, esercita autorità feudale.

All’Abate Nilo e al contatto con l’ambiente Rossanense è dovuto – secondo l’autrice – la rifioritura a Carbone degli studi soprattutto di copisteria, per cui il Patirion già si era reso famoso nel mondo monastico greco. 

“La sua biblioteca famosa doveva forse la sua origine all’ammirazione che la vista dei manoscritti di Rossano deve aver risvegliato negli animi dei monaci.

E’ vero – soggiunge l’autrice – che fra i residui di quella biblioteca nulla vi è di paragonabile con i tesori di Rossano; ma è possibile che manoscritti di rara bellezza siano andati perduti negli incendi disastrosi che la distrussero due volte”.

Ad ogni modo l’autrice non ricorda, e non cita nelle fonti consultate, i codici greci di cui alcuni con annotazioni musicali paleobizantine provenienti dal monastero di Carbone e che si conservano nell’archivio dell’abazia di Grottaferrata, e specificatamente:

- Il codice pergamenaceo A. g IV del secolo XII di 290 fogli (o,16x0,11) “characterem habens bene compositum et nitidum” come dice Rocchi nel suo catalogo dei codici criptensi. Esso contiene un salterio con gli inni.

- Il codice pergamenaceo D a XIII del secolo XI di 211 fogli (0,28x0,18” “optimo charactere, nitido nempe, aequali, bene composito et minuto exaratus. Capitales quaeque literae ex minio sunt”.

Contiene idiomeli dal 3 ottobre al 13 novembre con semiografia paleobizantina.

- I codici pergamenacei D a XIV-XV-XVI-XVII, tutti del secolo XI e del medesimo carattere del codice D a XIII, rispettivamente di 290, 236, 247 fogli (0,24 x0,18). Essi contengono i menei[2] di dicembre, gennaio, febbraio e marzo con semiografia paleobizantina.

- Il codice pergamenaceo D a XXIII del secolo XI di 230 fogli (0,24x0,16) “parvo ligato sed nitido quidam charactere exaratus”. Contiene i menei di giugno, luglio e agosto.

- Inoltre il codice cartaceo latino Z d XXXIX del secolo XIX contiene tre cataloghi di cui il terzo ( “inventario dei libri greci et latini che si ritrovano nell’Archivio abbatiale di S. Elia di Carbone”) può dare qualche luce sulla formazione della biblioteca del Monastero.

Alcuni dei codici greci su ricordati hanno qualche annotazione sui 

margini, fatte in epoche varie dai monaci, che sono interessanti per lo 

studioso della storia dell’Abazia[3].

Da tutti i documenti del Cartolario il periodo che corre tra i primi anni del XII secolo alla metà del XIII può essere definito come il periodo aureo del monastero di S. Anastasio.

Ogni dominatore a turno, Ruggero, i due Guglielmi, Enrico, Costanza, Federico II è largo di diplomi.

Il monastero possiede non solo ricche terre e vassalli (oltre il territorio di Carbone, i feudi di Calvera, quello di Scanzano e di Faraclo) ma anche molti monasteri e chiese in tutte le parti del Regno: il ricco e famoso monastero della Madre di Dio a Scanzano, il monastero e la chiesa di S.Pietro a Policoro, il monastero di S. Bartolomeo a Taranto, i monasteri di S.Stefano di Azupa, di S. Nicola di Trypa, di S.Filippo di Beniamino e dei Santi Quaranta di Cerchiara, di San Michele Arcangelo di Castro Nuovo, di S. Andrea Apostolo a Rotondella, conosciuto poi come S. Sofia, di S. Lorenzo di Craco, di S. Marina e di S. Barbara nel castello di Montalbano, di S. Giacomo a Castel Saraceno, di San Giovanni di Prestia, di S. Caterina, di S. Cristoforo e S. Teodoro di Murmanno, di S. Simone di Bari, di S. Filippo e S. Giacomo di Chirico, di S. Filippo e San Giacomo di Senise, di S. Nicola di Pertosa e di Santa Maria di Battipiede.

Tutte queste chiese e monasteri sono passati in possesso dell’Abazia di Carbone prima della fine del XII secolo.

Naturalmente questi possessi non furono incontrastati: ed alcuni documenti del Cartolario (63, 85, 86, 88, 89, 101, 108) sono importanti come esempi di procedura legale nel periodo normanno.

Sì grande era la fama del monastero che nel 1167 Guglielmo il Buono affidò all’abate di Carbone, Bartolomeo (ab. Dal 1167 al 1174) l’incarico di riformare tutti i monasteri greci delle Puglie e sembra anche quelli di Calabria.

Bartolomeo aveva la carica di archimandrita di tutti i monasteri greci delle Puglie compresi entro il territorio delimitato da una linea che partiva da Salerno, scendeva per Eboli, Conza e Melfi sino al fiume Bradano, e poi lungo la riva del mare fino alle terre di Chiaromonte, Policoro e Cerchiara: escludendo Cassano che apparteneva la Vescovo di Bari, la linea risaliva la valle del Lao fino a Belvedere, e lungo la riva del mare, includendo la zona del Cilento raggiungeva nuovamente Salerno.

Entro questi limiti l’Abate di Carbone era signore quasi assoluto, non soggetto al Vescovo o all’Arcivescovo.

Tutte le decime andavano a lui, anche quelle che il Vescovo era abituato a ricevere.

Nel 1174, anno della morte dell’Abate Bartolomeo, il monastero fu devastato da un orribile incendio che pare abbia distrutto molti documenti e manoscritti di valore.

Esso venne ricostruito sulla vetta di Montechiaro ove già sorgeva un santuario di S. Caterina.

Ma non sembra che questa terribile iattura abbia arrestato la parabola ascendente di quella rinomata comunità.

Costanza regina, che aveva nominato Abate Ilarione, rinnovò al monastero tutti i privilegi concessi dal suo predecessore confermandogli la giurisdizione su tutti gli altri monasteri greci della Basilicata con diritto di riforma.

Anche Federico II riconfermò gli antichi privilegi con due diplomi del 1219 e 1232: e sotto di lui nuove terre vennero acquistate ad Episcopio e Oriolo.

Nel 1255 Carbone – celebre in tutta la Magna Grecia Bizantina- paga il suo debito verso Rossano – che gli aveva mandato nel 1101 l’abate Nilo – inviando a quella città che voleva un arcivescovo di rito greco, il proprio archimandrita Elia III.


* * * * * *


La decadenza dei monasteri greci comincia con l’epoca angioina.

Il grande scisma aveva avulsa la vita dei monaci della Magna Grecia dal centro della vita greca, Costantinopoli.

Cessano i rapporti tra le comunità dell’Italia meridionale e quelle dell’Oriente: e con essi lo scambio di monaci, di manoscritti, di icone, di avori intagliati di cui Bisanzio era maestra.

Isolati in diocesi diventate tutte latine, con vescovi latini, i monaci della Magna Grecia bizantina finiscono per non usare più il greco che nelle sacre funzioni: talora non capiscono neppure più i loro libri liturgici.

L’Autrice attribuisce troppa parte di questa dissoluzione “all’ignoranza e al pregiudizio dei Vescovi latini che li consideravano (i monaci greci) alla stessa stregua degli odiati scismatici dell’oriente”.

In realtà se l’ostilità dei vescovi e del clero latino ha avuto il suo influsso sulla sparizione del rito greco dalle diocesi ove ancora era in uso, esso non ha avuto una parte preponderante nella decadenza dei monasteri greci che già all’epoca di Guglielmo il Buono e di Costanza tradivano un bisogno urgente di riforme, e che, per il lento spegnersi della cultura greca nell’Italia meridionale e per la continua latinizzazione delle masse, finirono per non trovare più alimento alla propria vita spirituale e giustificazione per la loro missione.

Se una possente vita religiosa, se una effettiva tradizione di cultura avesse continuato a pulsare tra le mura di quelle un tempo gloriose abbazie, gli aiuti offerti da Papi e Principi, appunto per salvare la grecità delle comunità dell’Italia meridionale, non sarebbero rimasti vani.

La visita ordinata da Urbano II nel 1362 in Basilicata per ispezionare i libri liturgici: le scuole di greco ordinate da Alfonso di Napoli, che era rimasto colpito dall’ignoranza dei suoi sudditi greci: l’insegnante di greco da Papa Eugenio IV inviato in giro per i monasteri, la scuola di greco istituita dal Consiglio Municipale di Messina, la riforma tentata dal Cardinale Bessarione che a Messina istituì pure una cattedra di greco nella speranza di poter ravvicinare a traverso le comunità cattoliche di rito greco l’Oriente all’Occidente, che altro dimostrano se non che il monachesimo greco dell’Italia meridionale si mostrava incapace di corrispondere alle speranze che in esso erano state riposte?

Certo a questa decadenza contribuirono anche potenti cause esterne.

Prima fra esse l’uso invalso nel XV secolo della creazione degli Abati in Commendam.

Da pochi decenni il monastero di Carbone era risorto dalla terribile completa distruzione provocata dall’incendio del 1432, non più sulla vetta di Montechiaro, ma là ove oggi ancora si vedono alcun suoi muri diruti.

L’ultimo grande Abate, Romano (1470-1476), che per difenderi gli interessi del suo monastero dai soprusi del feudatario aveva attaccato e bruciato la rocca dei Sanseverino, Bisignano, era finito, catturato dal suo avversario in una prigione di Senise.

La Santa Sede per proteggere il monastero dalle sopraffazioni dei suoi potenti rivali, nominò allora il primo abate in commendam, Paolo Sostio.

Da quel giorno i suoi Abati non hanno più che una modesta funzione di priori, paghi se riescono a condurre innanzi la vita loro e dei loro monaci.

Passano sulla scena della gloriosa abbazia come abati in commendam rampolli di gloriose famiglie: Sanseverino, Ruggieri, Pamphili, Piccolomini, Boncompagni, Firrao, Orsini, Borghese: ma tanto più potenti erano i protettori tanto più difficile era proteggersi da essi. 

Le terre dei frati venivano vendute o affittate e le rendite passavano ai protettori; i quadri e gli archivi prendevano la via delle grandi città ove quelli avevano i loro palazzi e i loro archivi: la chiesa, le mura del convento cadevano in rovina e nessuno pensava a riattarle: le stesse cerimonie liturgiche venivano ostacolate dalla mancanza di paramenti e di libri sacri. I monaci abbandonati a loro stessi, senza difesa, imbarbarivano passando la loro vita nella mendicità.

La storia del Monastero di Carbone dal XVI al XVIII secolo segna una serie di lotte senza gloria per difendersi agli abati in commendam, dai feudatari del luogo, dal vescovo della diocesi, dai contadini delle terre circostanti, dai frati di altri conventi.

Di tanto in tanto il gesto di qualche individuo generoso che cerca di ridare a quelle vecchie mura l’anima d’un tempo, poi l’atmosfera si fa ancora più grigia e più misera.

L’ultimo documento che possediamo del Monastero di Carbone proviene dai Fondi Basiliani degli Archivi Vaticani, ed è il resoconto di una visita fatta nel 1721 a quel monastero dall’Abate generale dell’Ordine, Epifanio. 

Non vi erano più allora, a Carbone, che sette monaci. All’epoca dell’occupazione francese si erano ridotti a tre. Sicchè la soppressione dell’Abazia da parte del Governo della Repubblica restò senz’eco, come la caduta di una foglia morta.


* * * * * *


Dei tre fascicoli che miss Gertrude Robinson ha dedicato al Monastero di S. Elia e di S. Anastasio di Carbone, il primo – con sei tavole riproducendo pergamene – contiene oltre la bibliografia, la prefazione storica da cui abbiamo tratto le notizie più salienti, la lista degli Abati e degli Abati Commendatari, quella dei Monasteri e delle Chiese soggette al monastero di Carbone. 

Negli altri due sono pubblicati con la traduzione inglese i 68 documenti, tutti greci tre eccettuati, trovati nell’archivio Doria, documenti che saranno presto seguiti da quelli in lingua latina.

Il terzo volume possiede anche una tabella esplicativa dei nomi dei funzionari bizantini, e un dizionario delle parole greche meno comuni; poiché il greco usato dai monaci, copisti, notai per questi atti legali, per quanto s’informi allo stile protocollare, è tutto infiorato di parole della lingua corrente: di qui l’importanza, anche dal mero punto di vista linguistico, di questi documenti.

Tra l’esempio del Trinchera che ha tentato di riprodurre i documenti greci con tutte le loro forme scorrette e quello del Cusa il quale secondo le sue stesse parole ha “restituito le parole a quella forma, ch’è da ritenersi si avesse avuti in mente di scrivere, e munite degli accenti regolari, e degli altri segni ortografici, nei modi consueti”.

L’autrice ha seguito la tradizione del primo, preferibile dal punto di vista diplomatico e paleografico.

Sull’interpretazione di alcuni passi controversi e su alcuni errori incorsi dall’autrice nella traduzione rinviamo al dotto ed esauriente studio del Prof. R.M. Dawkins apparso nel Journal of Hellenic studies (a. L, 1930, Londra, pag. 357-362).

“ Tutti i cultori dell’ellenismo medievale – scrive il Dawkins – saranno grati a miss Robinson per la valentia ed il coraggio con cui ha portato a compimento questa difficile impresa”.

Grazie all’autrice, al “Syllabus grecorum membranarum” di Francesco Trinchera, ai “Diplomi greci e arabi di Sicilia” di Salvatore Cusa e alle “Pergamene greche del grande archivio di Palermo” di Giuseppe Spata, nuovi documenti sono messi alla portata degli studiosi, di reale importanza per la storia medievale del Mezzogiorno d’Italia e più specialmente di uno dei più grandi centri del monachesimo greco della Magna Grecia Bizantina.

M. G. B.

   
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