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Carbone (PZ). Benvenuti.


 



RUSSO FRANCESCO



IL MONASTERO DEI 

SS. ELlA E ANASTASIO

CENTRO CULTURALE DELLA LUCANIA




Estratto: Atti III Congresso Nazionale di studi Danteschi. 
Melfi 27 settembre – 2 ottobre 1970


Trascritto da Mario Chiorazzo


Il tema che mi è stato assegnato — l’illustrazione del monastero dei SS. Elia e Anastasio al Carbone, quale centro culturale della Lucania — sembra esulare dall’argomento di questo Congresso Dantesco, che ha finalità e limiti cronologici ben determinati. Eppure non è così: come la scienza procede per gradi, utilizzando e perfezionando le conquiste precedenti, così la cultura è strettamente collegata ai periodi precedenti, di cui è sviluppo e perfezionamento. Infatti l’affermazione del “Dolce Stil nuovo” toscano ha i suoi precedenti nella “Scuola poetica siciliana” dell’epoca federiciana, come questa si riallaccia al movimento provenzale dei Giullari.
Risalendo ancora più indietro, noi constatiamo che la luminosa civilizzazione bizantina raggiunge l’apice in questa nostra Italia Meridionale nel sec. X, cioè proprio in quel secolo che, per l’Italia Centro-settentrionale, segna la così detta Età del Ferro, vale a dire l’epoca della massima prostrazione politico-culturale della nostra storia. L’avvento dei Normanni nel sec. XI, seguito da quello degli Svevi nel sec. XIII, ha portato l’Italia Meridionale all’apogeo della sua affermazione in Europa in tutti i campi, politico, sociale, economico e culturale, che avrebbe avuto uno sviluppo ancor maggiore nel futuro, se fattori esterni non fossero intervenuti a stroncarla bruscamente nel 1266.
A questo processo evolutivo hanno contribuito diversi fattori — tra i più eterogenei —; ma non v’è dubbio che un contributo determinante è dovuto alla penetrazione della cultura bizantina, di cui i monaci greci — impropriamente detti Basiliani — sono stati gli assertori più convinti ed i propagandisti più attivi.

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Il monachismo italo-greco è andato soggetto alle diverse fasi, per le quali è passato nell’Oriente, che è la sua terra d’origine: dall’eremo alla laura, dalla laura al cenobio. Quando raggiunse l’ultimo stadio — cioè il cenobitismo — tutta l’Italia Meridionale fu costellata di monasteri bizantini (circa 400 nella sola Calabria), che presero notevole importanza economica e culturale, sì da rivaleggiare con le grandi abbazie benedettine, di cui i Normanni arricchirono i loro domini italiani. Tra le grandi abbazie bizantine, che si affermano nell’arco di tempo che — grosso modo — va dalla metà del sec. X alla metà del sec. XIII, occupano un posto di preminenza nelle rispettive regioni: S. Nicola di Casole nella penisola salantina, S. Maria Odigitria o Patirion di Rossano per la Calabria, S. Salvatore di Messina per la Sicilia, SS. Elia e Anastasio al Carbone per la Lucania: tutti e quattro questi monasteri erano dotati di un patrimonio archivistico e bibliografico della massima importanza, i cui resti — salvatisi, Dio sa come, dalla furia del tempo e degli uomini — non ce ne possono dare che una pallida idea. Alcuni codici greci di S. Nicola di Casole, incettati in buona parte dal Card. Bessarione nel sec. XV, sono passati alla Marciana di Venezia e alcuni anche alla Biblioteca Universitaria di Torino; quelli del Patirion rossanese, definito dal Battifol la « Bobbio dell’Italia Meridionale », sono sparsi in tutte le biblioteche del mondo, in modo particolare alla Vaticana e a Grottaferrata; quelli del SS. Salvatore di Messina hanno preso il volo per la Vaticana, l’Escuriale di Madrid e altre biblioteche, restandone sul luogo una piccola parte, custodita attualmente alla biblioteca universitaria della stessa città. La stessa cosa si dica dell’imponente materiale archivistico e bibliografico di queste e altre abbazie italo-greche, di cui è rimasto poco o nulla su1 luogo, mentre ne risultano arricchiti enti pubblici e privati di tutta l’Europa e non solo dell’Europa.
Fatta questa breve premessa, veniamo a parlare particolarmente del monastero dei SS. Elia ed Anastasio al Carbone, che — senza dubbio — è il più importante della Lucania e può stare, a pari merito, accanto agli altri tre monasteri, ora ricordati.


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Le origini del monastero carbonense, in diocesi di Anglona, sono strettamente legate al movimento ascetico italo-greco, che raggiunse l’apice della fioritura ai confini nord-occidentali della Calabria con la Lucania, nel sec. X. In questa regione o “eparchia monastica”, come fu chiamata, nello spazio di meno di un secolo, la vita monastica bizantina si organizzò in tutte le fasi del suo sviluppo e vide convergervi i nomi più noti dell’agiografia italo-greca: vi convennero dalla Sicilia i Santi Cristofaro, con la moglie Cali e i figli Saba e Macario e Caterina, provenienti da Collesano; S. Vitale di Castronovo; S. Leoluca di Corleone; S. Luca di Demenna ecc., ai quali si aggiunsero i grandi asceti locali: S. Zaccaria il Grande, S. Fantino col fratello Luca e i discepoli Niceforo e Vitale, S. Giovanni l’Angelico, S. Nicodemo di Mammola o di Cirò, S. Luca di Armento e altri, sui quali tutti spicca la gigantesca personalità di S. Nilo di Rossano, considerato come la figura più rappresentativa del monachismo italo-greco, cui fanno corona i numerosi discepoli, tra i quali si ricordano, in modo particolare, S. Bartolomeo, i BB. Giorgio e Stefano di Rossano e Proclo di Bisignano.
Confinante con la regione mercuriense era l’ “eparchia monastica del Latinianon”, tutta in Lucania, che fu percorsa e riorganizzata dagli asceti siculo-greci, sopra ricordati, segnatamente dai Santi Saba e Macario di Collesano.

Sulle due « eparchie» ebbe il posto di preminenza il monastero dei SS. Elia e Anastasio al Carbone, che — col passar degli anni — riuscì ad estendere la sua influenza, mediante la concessione di beni immobili, di monasteri, grancie e chiese, che figurano, quasi in un uguale numero, nelle due eparchie e nelle zone limitrofe sia della Lucania sia della Calabria.
Si è ritenuto finora che fondatore del monastero carbonense sia stato S. Luca di Demenna, siciliano, discepolo di S. Elia Spelota di Reggio; ma oggi, con maggiore aderenza storica, si è portati a darne il merito a S. Luca d’Armento , il quale aveva ricevuto l’abito monastico dalle mani di S. Saba di Collesano. Egli ne gettò le fondamenta verso il 971, vi morì il 5 febbraio del 995, assistito dallo stesso S. Saba, e fu sepolto nella chiesa abbaziale, in cui ha avuto culto pubblico.
Le origini furono piuttosto modeste; ma nel secolo seguente, mediante le numerose elargizioni dei Signori normanni, il monastero s’ingrandì sensibilmente e la sua potenza economica si accrebbe in tale misura, da fargli assumere una incontrastata preminenza in tutta la Lucania e in buona parte della Calabria settentrionale. Si ricorda, a tal proposito, che esso possedeva perfino una chiatta sul fiume Sinni, allora navigabile, per l’esercizio dei suoi traffici sul mare Ionio. Sulla base dei diplomi di donazioni, Paolo Emilio Santoro — il primo storico della badia carbonense — formò un elenco delle varie dipendenze in Lucania e Calabria, riprodotto da Domenico Martire alla fine del Seicento e da Gertrude Robinson ai nostri tempi. Le due liste sono identiche e racchiudano una lieve differenza, perché mentre nel Martire le dipendenze sono trentotto, nella Robinson invece sono trentasei: nell’uno e nell’altra però figurano quattro dipendenze in Calabria, cioè una in territorio di Mormanno, due in quello di Cerchiara e una infine in quello di Cassano.

Al grande sviluppo sociale si affianca l’enorme potenza economica, attestata dai grandi possedimenti terrieri, concessi dalla più grande varietà di persone lungo tre secoli, cioè dal 971 al 1250: queste donazioni sono largamente documentate dalla grande quantità di diplomi greci e latini, che in buona parte sono ancora superstiti.

Il monastero carbonense giunse all’apice della potenza alla metà del sec. XII, allorché, il 7 gennaio del 1168, il re Guglielmo I, a somiglianza di quanto aveva fatto suo padre Ruggero II col monastero archimandritale del SS. Salvatore di Messina, eresse la confederazione dei monasteri greci della Lucania e della Calabria settentrionale, mettendovi a capo l’abbazia carbonense, che così divenne archimandritale. Il relativo diploma ci fa conoscere i confini dell’ampio territorio, dandocene una descrizione sommaria, secondo l’uso del tempo: “Ad solam itaque animarum curam predicto modo eius cure (scil. Bartholomaei abbatis) commendauimus omnia monasteria Grecorum, que manent in territoriis a Salerno et ueniunt per Ebolum et Oliuetum et Consiam et inde Melfiam, sicut descendit flumen Aufidum et uadit ad Oliuenìem, et ab Oliuente usque ad Basentellum, quod uadit subtus montem Sulicolum, et sic descendit Basintellum ad Bradanum et sicut descendiì Bradanum ad turrem maris et inde per maritimam maritimam usque ad crucem Orgeoli et sicut itur per terram, que fuit Alexandri Clerimontis absque Cassano et sicut itur per uallem Layni et descendit ad Bellum uiderem et inde reuertunrur per maritimam maritimam eì uadit usque Salernum”. Il che vuol dire che l’Archimandrita del Carbone veniva ad esercitare la sua giurisdizione su tutti i monasteri greci della Lucania, della Calabria settentrionale fino a Belvedere, del Cilento, del Valle di Diano e di una parte dell’Irpinia fino a Salerno, con un territorio ed un numero di monasteri di certo superiori, anche se meno importanti, ai 40, concessi da Ruggero II all’Archimandrita del SS. Salvatore di Messina. Questa concessione fu rinnovata dalla regina Costanza all’Archimandrita Ilarione il 20 ottobre del 1195. 

Tanta potenza fu annientata prima dalla dominazione angioina, ostile ai Greci, poi dalla commenda, introdotta fin dal 1430, e infine dall’insaziabile avidità dei signorotti locali — a incominciare dai Sanseverino — che ne usurparono uno a uno tutti i possedimenti terrieri.
Nondimeno la posizione del monastero, posto in luogo di difficile accesso, lo salvò dalla totale rovina, cui andarono soggetti tanti monasteri greci della Lucania e della Calabria, e — quel che più conta — preservò il suo patrimonio culturale, che era ancora quasi intatto alla metà del sec. XVII.

Difatti nella Visita apostolica di Atanasio Calceopulo, pervenutovi il 13 marzo del 1458, il monastero appare in buone condizioni, con l’abate Placido — in vero poco edificante — e altri sei monaci. Sette, compreso l’abate, ne figurano ancora nel 1721, quando fu effettuata la visita dell’Abate Generale dell’Ordine Basiliano, Epifanio. Esso perciò fu uno dei pochi monasteri basiliani, che riuscì a protrarre la sua esistenza fino alla soppressione francese, decretata nel 1809. In questo anno il monastero aveva il Priore e altri tre monaci. Scomparvero allora, oltre i monaci, buona parte delle pitture della chiesa e tutta la suppellettile sacra, di grande valore artistico, nonché i pochi libri della biblioteca e qualche codice superstite.

Con questo atto fu messo fine ad una delle più gloriose istituzioni dell’Italia Meridionale e quello che scriveva Gabriele Barrio fin dal 1570, per i gloriosi monasteri della Calabria, riveste un sapore di cocente attualità anche per questo insigne monumento della Lucania, i cui resti monumentali sono coperti di erbe e di rovi, come quelli della confinante regione: « Fuit aliquando Calabria altera Aegyptus, monachorum monialiumque et parens et nutrix sanctorum Basilii, Benedicti et Bernardi, quorum adhuc tempia aedesque passim videntur, quae, monachis eiectis, heu tempora, in saecularium libidinem ac delicias pervenere, quaedam semidiruta et vepribus obducta cernuntur, e quibus plerique sanctissimi viri ac mulieres extitere ». La Lucania, accomunata alla Calabria in un comune destino nel passato e nel presente, è andata soggetta, anche in questo, ad una sorte comune: le ingenti rovine delle gloriose abbazie di Venosa e di S. Elia al Carbone ne costituiscono la più eloquente testimonianza.

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Abbiamo già rilevato che la posizione — piuttosto appartata — del monastero carbonense, l’ha salvato dalla spogliazione totale del suo patrimonio documentario e culturale fino alla metà del sec. XVII. Non abbiamo notizia infatti, per il Carbone, di incettatori di codici greci, come purtroppo avvenne per i monasteri basiliani della Calabria lungo tutto il sec. XVI e oltre. E’ infatti solo nel sec. XVII che esso venne spogliato delle pergamene dell’Archivio e dei codici della Biblioteca. Fu il Card. Gian Battista Pamphily, nominato commendatario nel 1630 e poi creato Papa, col nome di Innocenzo X nel 1644, a impossessarsi dell’Archivio, trasferendone le carte a Roma nel suo palazzo. Questo consta attualmente di 68 diplomi greci, sui 100 e più che contava, e si estendono dal 1007 al 1200. Cui bisognerebbe aggiungere i diplomi conservati nel Fondo Basiliano dell’Archivio Vaticano e gli altri andati dispersi o passati in mani di privati, come attesta la Robinson: « Any monastic records wich remained were scattered. Some of the documents are stil be found in the hauses of private persons in the town of Carbone ».. La stessa Robinson, che visitò i ruderi del monastero nel 1926, ricorda che l’Avv. De Nigris le permise gentilmente di prendere visione della Platea dell’abbazia, probabile copia del sec. XVIII.
Imprecisato è invece il numero delle pergamene latine, che doveva essere considerevole, di certo non inferiore a quello delle carte greche, dato che abbraccia un arco di tempo quasi doppio, vale a dire di circa cinque secoli. Walter Holtzmann ne ha pubblicate 16 nel 1956; ma sarebbe opportuno che qualche volenteroso studioso locale le pubblicasse tutte, in un corpus, come ha fatto la Robinson per i diplomi greci: si avrebbe in tal modo una fonte storico-diplomatica di capitale importanza non solo per il monastero carbonense, ma per tutta la Lucania.

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Se importante è il materiale archivistico, ancor più importante è la suppellettile libraria della biblioteca carbonense, che, specie per i suoi rari e preziosi manoscritti greci, merita di figurare accanto a quella delle principali abbazie greche dell’Italia Meridionale, quali S. Nicola di Casole, il Patinon rossanese e S. Salvatore di Messina. Sembra che i più antichi codici greci del Carbone siano di importazione mercuriense, che — come abbiamo detto — toccò lo zenit della celebrità nella seconda metà del sec. X. Tale infatti sembra il Cod. Vat. Gr. 1982, con le Omelie di S. Bisilio, la cui seconda parte è di mano di S. Nilo di Rossano. Questo codice, secondo il Cappelli, sarebbe per ora l’unica testimonianza dell’attività calligrafica del Santo, durante la sua permanenza al Murcurion. Dalla regione mercuriense dovrebbe anche pervenire il Vat. Gr. 2072, del sec. XI, che è l’unico manoscritto con la vita e le lodi dei SS. Saba e Macario, dovute ad Oreste, Patriarca di Gerusalemme, morto intorno al 1005. Altri codici greci del sec. X, che ricorderemo fra breve, sono di provenienza varia, dall’Oriente, specie da Costantinopoli, e da alcuni monasteri della Calabria.

Affermiamo ciò, perché non risulta che nel sec. X esistesse al Carbone un vero e proprio Scriptorium, per le vicende alquanto turbinose di quel periodo e del secolo seguente: di questo invece abbiamo testimonianza fin dall’inizio del sec. XII. Si deve infatti all’abate Nilo II di Rossano, che si era esercitato nell’arte calligrafica al Patirion di Rossano e a Grottaferrata. Egli appare abate del Carbone fin dall’inizio del secolo e a più riprese in diversi diplomi: due di Boemondo Il del 1125-1126, uno di Alessandro di Chiaromonte del 1129 e uno di Ruggero II del 1232. Il Batiffol pensa trattarsi di un discepolo di S. Bartolomeo di Simeri, fondatore del monastero e dello scriptorium del monastero patiriense di Rossano, e che da questo sia stato inviato in Lucania per riorganizzarvi la vita regolare e culturale:
« Mandé au Carbone — scrive il Batiffol — pour réunir en une comminauté regulière sur le modèle de celle du Patir la population monastique des Montagnes de Raparo, à voir l’abbaye de Carbone, une colonie issue de agion oros’ rossanien, selon que nous dit le biographe de St. Barthélemi: et multa ex hoc uno domicilia monachorum devenerint’» .. Si deve senz’altro all’opera intelligente e sagace del rossanese Nilo II il riflorimento della disciplina, che portò il monastero carbonense all’apice della potenza nel sec. XII, e, soprattutto la riorganizzazione e l’attività del suo scriptorium, la cui tecnica calligrafica e miniaturistica è legata a quella della scuola patiriense, i cui modelli dovettero esservi portati dallo stesso Nilo. Abbiamo infatti qualche codice superstite, proveniente dal Carbone, ma di origine patiriense.

Noi non possiamo entrare in particolari, che, oltre a non averne la richiesta competenza, ci porterebbero fuori dell’ambito di questa relazione. Vogliamo soltanto rilevare che l’attività calligrafica dello Scriptorium carbonense dovette essere piuttosto limitata, a paragone di quella, molto superiore, dei tre monasteri citati di Casole, di Rossano e di Messina, perché i codici carbonensi superstiti sono in numero piuttosto limitato e alcuni, certamente i più antichi e preziosi, non sono stati trascritti nello Scriptorium locale, ma in Oriente o in Calabria, come abbiamo già rilevato.
Di questi codici greci esiste un doppio catalogo: uno è del 1458 ed è contenuto nel Liber Visitationis di Atanasio Calceopulo, già ricordato; l’altro è posteriore di circa due secoli: è conservato nel cod. cript. Z, d, XXXIX ed è stato pubblicato da Pierre Batiffol. Nei due cataloghi, il numero dei codici è quasi uguale; una novantina presso il Calceopulo e 87 presso il Batiffol; anche il contenuto dei diversi manoscritti — esposto in modo molto sommario e generico — è pressoché identico: c’è solo da rilevare che la lista del Batiffol ci sembra più aderente alla realtà, in quanto contiene un maggior numero di codici melurgici, specie di Menei dei diversi mesi dell’anno, che sono facilmente identificabili nei manoscritti di Grottaferrata, di provenienza carbonense.

Alcuni di questi codici erano già emigrati lungo il sec. XVII e si trovano attualmente a Grottaferrata, a Milano e in qualche altra biblioteca;
i codici superstiti furono riuniti, insieme con quelli delle altre abbazie calabresi, da Pietro Menniti, Generale dell’Ordine, e collocati nel collegio di S. Basilio a Roma alla fine dello stesso sec. XVII. Nel 1867 questi codici furono comprati — erano in tutto 161 — dal Papa Pio VI e collocati nella Biblioteca Vaticana, dove sono segnati col numero progressivo dal 1963 al 2123 del fondo greco. E’ in questo fondo che si trova la maggior quantità di codici di provenienza carbonense: i restanti si trovano in buona parte a Grottaferrata e in altre biblioteche italiane.

Non è nostro intento identificare tutti i manoscritti di provenienza carbonense, ricorrenti nelle liste del Calceopulo e del Batiffol: la cosa del resto sarebbe tutt’altro che agevole e non crediamo che si potrebbe andare oltre l’identificazione di una trentina di codici. Ci preme invece rilevare l’importanza eccezionale di alcuni di essi, sia per il contenuto sia per la veneranda antichità.
Ricordiamo innanzi tutto i codici melurgici di Grottaferrata, che sono tutti di immenso valore, perché appartenenti ai secc. XI-XII e alcuni di essi riproducono la melurgia nella tradizione paleobizantina, più pura e più antica di quella tramandata a Costantinopoli. Sono i seguenti: 593 (D, a, XIII), melurgico paleobizantino del sec. XI; 596 (D, a, XIV) melurgico paleobizantino dello stesso secolo; 328 (D, a, XV), 505 (D, a, XVI), 573 (D, a, XVII); 651 (D, a, XIX) e 114 (D, a, XXI), tutti del sec. XI, con Menei dei diversi mesi dell’anno. Inoltre: 508 (D, a, XXII), copiato nel 1099; 466 (D, a, XXVI, del sec. XI-XII; 635 (D, a, XXVII) e 174 (D, a, XXVIII), tutti e due del sec. XII. Ancora il cod. 289 (D, b, VII), di cui il Rocchi scrive: « Carbonensis scriptura praestantissima, in bonis membranis et pulchro charactere multa cum diligentia conscriptus » e del sec. XII e contiene dei Triodii; dello stesso contenuto e dello stesso secolo è il cod. 87 (D, b, X), copiato nel 1138, con note musicali, “charactere composito et nitido conscriptus” . E Infine ricordiamo il cod. 597 (B, g, V) del sec. XI, col Sinassario o Menologio e il 357 (A, g, IV), « characterem habens bene compositum et nitidum », con un Salterio con Odi, del sec. XI .
Tra i manoscritti della Vaticana ricordiamo i seguenti:
Vat. Gr. 1963: Vite die SS. Padri,
Vat. Gr. 1980 e 1981, con il Decretum di Graziano,
Vat. Gr. 1982, con le omelie di S.Basilio, del sec. X, la cui seconda parte fu copiata da S. Nilo di Rossano, come abbiamo già ricordato.
Vat. Gr. 2005, con l’Euchologium, copiato tra il 1197 e il 1211.
Vat. Gr. 2022, con le Pandette di Antioco, del 953-954. 
Vat. Gr. 2024, con la Regola di S. Basilio.
Vat. Gr. 2026, con un trattato teologico sulla Trinità,
Vat. Gr. 2059, con la Piccola Catechesi do S. Teodoro Studita, del 1090, quindi tra i codici più antichi dell’opera studitana. 
Vat. Gr. 2072, con la vita dei SS. Saba e Macario, del sec. XI, unico codice che la contiene. 

Ricordiamo ancora i codici greci della Biblioteca Ambrosiana di Milano: A, 84, Sup., col libro delle Pandette di Antioco e il cod. B, 93, Sup. che contiene il Tetravangelium antiquum, ricordato dal Calceopulo. Infine vogliamo ricordare che, tra i diversi codici carbonensi, perduti con l’incendio della Biblioteca Universitaria di Torino del gennaio 1904, si trovava anche il Typikon del monastero carbonense, che rivestiva una particolare importanza per la sua antichità. Crediamo che queste brevi notizie siano sufficienti a dare un’idea dell’importanza del monastero del Carbone, quale centro di irradiazione culturale bizantina in tutto il Medioevo: fu certamente il più importante di tutta la Lucania e — come si esprime la Robinson — può competere con le più celebri abbazie greche dell’Italia Meridionale, non escluse le fondazioni di Rossano e di Grottaferrata. 


P.FRANCESCO Russo



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