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Carbone (PZ). Benvenuti.


 



PIETRO BORRARO


UN INEDITO RITROVATO:

LA 


«STORIA DEL MONISTERO DI CARBONE

DELL’ORDINE DI SAN BASILIO,  SCRITTA IN LATINO

DA PAOLO EMILIO SANTORO, DA CASERTA,

TRASPORTATA IN ITALIANO DA FRANCESCO PAOLO DE CLEMENTE,

DA CARBONE»


Trascritto da Mario Chiorazzo 


Ne « Il Regno delle Due Sicilie scritto e illustrato », a cura di Filippo Cirelli (Napoli, 1851, nel voI. VI dedicato alla Basilicata), alla voce « Carbone », l’autore — dopo una sommaria descrizione del luogo, a pag. 35 così scrive: « All’antichità di Carbone fa evidente testimonianza l’esistenza del Monistero sotto il titolo dei Santi Elia ed Anastasio di rito greco, ch’era uno dei più rinomati della regola basiliana, del quale esiste la celebre istoria di Paolo Emilio Santoro, arcivescovo di Urbino, che abbiamo letto con la traduzione di Marcello Spena: storia che si è resa rara per la mancanza di edizioni e che fu stampata in Roma nell’anno 1601 pel Facciolati, in 8° ».
In una nota a questo testo si legge. « Da una lettera del nostro amico sign. Conte Capialbi, uomo dottissimo, di cui rimpiangiamo la perdita, riportata negli Opuscoli Vari, tomo III, p. 116, rilevasi che si meditava un’altra versione di essa. Ignoriamo chi sia l’autore, e se siasi stampata ».
Il dott. Giacinto Pisani, Direttore della Civica Biblioteca di Cosenza, da me pregato di compiere una ricerca in proposito, mi ha fatto pervenire la trascrizione della indicata lettera del Capialbi (XXXVI, diretta al sig. Giuseppe Oliva, Giudice della Gran Corte Criminale di Catanzaro).
La data della lettera è 13 gennaio 1833. Eccone il testo per la parte che ci riguarda: « Piace da un lato l’idea di voltare nel nostro idioma l’istoria del monistero di Carbone del Santoro. Ma certo che quel libro, egregiamente scritto, tanto per la parte del linguaggio, e delle cose, quanto pel modo come sono penelleggiati i fatti, e le ragioni de’ fatti stessi, anziché di traduzione avrebbe bisogno di notazioni, e dilucidazioni critiche, e riveduti ben anche con attento esame di documenti, che vi sono riferiti. I diplomi, o come vorrem dire, le scritture del medio evo siano pubbliche siano private stimansi preziosissime quando accuratamente sono trascritte; perché ci tramandano le più recondite memorie di tempi, i quali non hanno avuto che pochi, e per lo più sciocchi scrittori. Quindi ho sempre fatto gran caso di un diploma quando lo avessi potuto osservare originalmente, o almeno con critico esame discusso e ponderato.

“Da tutta questa filastrocca vi prego di concludere che pubblicandosi la traduzione del vostro amico, io intendo fin da ora esser uno degli associati, e di avvisarglielo, come di notare a me il nome, e la residenza per dirigermi (sic) a lui, se per caso non vorrete voi fargli questa dimanda...”
E’ quindi chiaro che il problema di un’altra traduzione dell’opera del casertano Paolo Emilio Santoro sul « Monistero » di Carbone, esisteva già nella pubblicistica erudita napoletana del secolo scorso. Ma, eccetto l’accenno del Capialbi riportato dal Cirelli, non altro di preciso si conosceva.
Sergio De Pilato, nel Saggio bibliografico della Basilicata (Potenza 1914), a p. 127 ci dà la seguente notizia: « Altra traduzione inedita con note fu fatta da Francesco di Clemente ».
Non sappiamo da quale fonte il De Pilato abbia attinto questa notizia bibliografica. E’ certo che tutti coloro che si sono occupati del Monastero Carbonese — dalla Robinson al Padre Petta, Bibliotecario di Grottaferrata —non si sono soffermati sull’indicato aspetto della questione, cioè la traduzione del Santoro, la cui unica edizione a stampa è quella già menzionata dello Spena (Napoli, De Bonis e Morelli, 1831). E’ merito di due giovani studiosi i professori Norma e Giorgio Aiello, l’aver compiuto ricerche quindi ritrovato il manoscritto dell’opera della quale diedero notizia il Cirelli prima, che non conobbe il nome dell’autore, il De Pilato poi, che ebbe notizia del manoscritto, ma gli mancò la possibilità o il tempo di studiarlo.

Questo manoscritto dal titolo: “ Istoria del Monistero di Carbone I dell’Ordine di S. Basilio I scritta in latino da Paolo Emilio Santoro I da Caserta I trasportata in italiano I da Francesco de Clemente da Carbone I con note istoriche cronologiche critiche I e corografiche dello stesso, è oggi in nostro possesso e pienamente disponibile da parte di chiunque voglia studiarlo 
Si compone di 155 facciate numerate e di 14 pagine senza numerazione progressiva. L’opera è divisa in paragrafi e reca, in appendice, i nomi degli archimandriti e Commendatari di Carbone; dei benefattori; 17 documenti diplomatici interessanti la vita del « Monistero ». 

Dopo la pag. 134, non numerata, leggiamo due annotazioni, la prima delle quali cancellata, ma non tanto da impedire di afferrare il senso dello scritto. Essa dice: « era già terminato questo mio lavoro, allorché venne alla luce per le stampe una traduzione che si era fatta da un mio letterato concittadino, i di cui (sic) giorni furono involati dall’assassino, per immolarsi alla più vile perfidia. Colui nelle cui mani venne lo scritto, volle per bassa invidia prevenirmi. Grezza com’era, non limata, e di primo getto, la traduzione, la pubblicò precipitosamente, e quel ch’è più, non temendo del plagio, soppresse il nome del vero traduttore, al quale surrogò il suo. Io nonostante, ho riveduto e corretto quel che aveva scritto, e senza darmi pena delle cose altrui, rendo di pubblica ragione i miei scritti. Chi confronterà le due traduzioni, farà giustizia a chi spetta ».

Da ricerche che ho potuto compiere in Carbone, risulta che d. Marcello Spena — l’autore cioè dell’unica traduzione a stampa della Storia del Monistero di Carbone — effettivamente morì di morte violenta. Nessun dubbio, quindi, che il De Clemente alludesse a lui.
L’altra nota che si legge di séguito alla precedente nel manoscritto del de Clemente è più cauta e distaccata. Essa è del seguente tenore: « Avviso - Era già terminato questo mio lavoro, allorché si pubblicò per le stampe altra traduzione di questa medesima storia. Qual ne fosse il merito, e per quale ragione si fosse pubblicata, non deve da me osservarsi. I miei concittadini non abbisognano di spiegazioni per poter tutto conoscere; e coloro, nelle cui mani perverranno le due traduzioni, nel confronto di esse, faranno giustizia a chi spetta ».
La traduzione del de Clemente, nonostante il favorevole parere del Capialbi, non fu stampata e il manoscritto sarebbe sicuramente andato smarrito (dopo il ricordo fugacissimo del De Pilato più non se ne hanno notizia) se non l’avessero ritrovato i citati miei giovani amici e collaboratori.
E veniamo, rapidamente, al testo di questa traduzione.

Nella prefazione il de Clemente — secondo il costume dell’epoca —svolge un panegirico nel quale entrano considerazioni geografiche e sociali insieme a precetti e spunti autobiografici. Indugia sulla figura del Santoro con dotte citazioni tra cui alcune dal Boccalini, delineando un succoso profilo del commendatario, nipote del celebre Giulio Antonio Santoro, cardinale di Santa Severina.
Il testo è ricchissimo di note che dimostrano un’ampia erudizione del de Clemente e che ritengo siano la parte più interessante di questo scritto.
Non posso qui neppure delineare un elenco delle varie annotazioni che interessano lo storico, l’archeologo, l’etnologo. Opportuno sarebbe che questo manoscritto carbonese venisse pubblicato per intero al pari dell’altro di d. Giuseppe Rendina de’ Baroni di Campomaggiore sulla Istoria della Città di Potenza, che si conserva nella Biblioteca Provinciale di Potenza; manoscritto — questo del Rendina — solo in parte utilizzato dal Pedio.

Della inedita traduzione del de Clemente darò solo una citazione esemplificativa. Tommaso Pedio, trattando de « Le comunità francescane in Basilicata » nel volume « Per la storia del Mezzogiorno d’Italia nell’età medioevale » (Matera, Montemurro, 1968), a proposito di Angelo Clareno e della riforma da lui sostenuta, riporta in nota: « Soltanto Marcello Spena accenna alla presenza di tali comunità nella zona del monte Raparo: in un’annotazione inserita nella sua Storia del Monastero di S. Elia (p. 85 e s.) nell’accennare alle origini del convento dell’Annunziata di Carbone, ricorda che nel 1547 quell’università aveva restaurato a sue spese l’abbandonato convento dei Fraticelli per affidarlo ai Minori Osservanti...
Su questo monastero il de Clemente espone una serie di notizie storiche inedite. Egli scrive in nota (p. 141 del mss.): « Esiste in Carbone un convento di Minori osservanti all’ovest del paese da cui è distante cinquanta passi. E’ tradizione popolare che tal convento fosse stato edificato da quattro principali famiglie di Carbone pro remissione peccatorum, per aver seguita e quindi abiurata la misteriosa eresia dei Fraticelli ». Al margine del foglio, in corrispondenza del rigo dove sono riportate queste notizie, il de Clemente aggiunge: « e tutto ciò dietro permesso ottenutone dalla Curia di Anglona e Tursi nel 1527. Fu dedicato alla SS.ma Annunziata ». Mentre sul margine a sinistra, l’autore riporta — per tutta l’altezza del foglio — una sintesi storica relativa ai Fraticelli; in alto a destra aggiunge ancora una chiosa: « Giovanni XXII fu eletto al soglio Pontificio il 7 agosto 1316, e morì il 4 dicembre 1834. Or se i fraticelli furono da lui proscritti ed il convento di Carbone sorse nel 1527, è da credersi che fu edificato per tutt’altra causa fuorché per essersi dalle quattro famiglie seguita l’eresia de’ fraticelli proscritta ed estinta due secoli prima ». Aggiunge poi più avanti, sempre nella stessa nota. « E’ tuttavia in essere una cappella rurale detta de’ fraticelli, padronato (sic) laicale della famiglia Gaudino, riccamente dotata di beni, e si veggono tuttavia in vicinanza di tal cappella e nella parte un tempo boscosa all’ovest di essa, i ruderi di varie cellette separate tra loro, dove stavano i fraticelli. Le mura di tale cappella si contenevano la storia scritta in latino a caratteri gotici, ma furono imbiancati per ignorante stupidità di Giuseppe Gaudino circa cinquant’anni dietro. Una statua di stucco molto mal fatta, rappresentante la Vergine col Bambino, indica di esser opera di tempi bassi e rozzi. Il campanile della cappella tempo fa era una quercia, ad un ramo della quale era appesa la campana, che ora si conserva nella cappella.

Essa è distante da Carbone circa due miglie, e nel lunedì di Pasqua di Resurrezione il clero vi si reca processionalmente a celebrare in essa i divini uffizi. Ritornando al convento, è osservabile in esso la chiesa con nove altari a stucco di ben’intes’architettura. Vi sono cinque statue e tre quadri. La statua di S. Francesco nel suo cappellone a sinistra entrando nella chiesa, scuote la meraviglia degli osservatori, essendo ben difficile che se ne trovi una simile ». A proposito di questa scultura, il de Clemente nota al margine sinistro del mss. « Si crede trasportata da Tunisi in Carbone da Francesco o Giuseppe Fulganino, il quale fu ivi schiavo molti anni e da cui, al ritorno, tale statua fu donata al Convento de’ Minori Osservanti, avendo donati alla chiesa parrocchiale i suoi beni che attualmente dalla medesima si posseggono. La statua è di legno, ma può stare a fronte delle migliori greche sculture ».

Ritornando alla nota, il nostro autore aggiunge: « A dritto vi sono quelle (le statue) di S. Pasquale, di S. Donato, di S. Rosa, e di S. Antonio; le prime tre di buono scalpello, la quarta molto rozza. I quadri a sinistra sono la Porziuncola, buona copia di ottimo originale; l’Assunta, copia mediocre di ottimo originale, e S. Lucia, opera del pennello di Solimena. In mezzo vi è l’altare maggiore, dietro a lui il coro, dall’alto del quale vi è la statua della Concezione posta dentro nicchia di legno decorosamente ornata e dorata. Le pitture della soffitta e delle mura sono mediocri assai e non meritano dettagli
Il corredo delle note, come si evince dall’indicato esempio, è una miniera di notizie e offre allo studioso materia di ricerche in vari settori.
A questa ritrovata fonte storica qual è appunto il manoscritto carbonese del de Clemente, devo aggiungere altra comunicazione, che ritengo interessi gli studiosi.
La Robinson scrisse, nei suoi contributi relativi al Cartolario del Monastero dei Ss. Elia e Anastasio di Carbone (apparsi in Orientalia Christiania periodica vol. IX (1938), XV (1929), XIX (1930), che aveva intravisto a Carbone la platea del detto monastero.
Da allora anche di questa platea non si è più nulla saputo.
Il Padre Marco Petta, Direttore della Biblioteca di Grottaferrata, più volte mi ha pregato di farne ricerca; ma finora esse erano state infruttuose .

Ebbene, mi è stato possibile accertare che la copia manoscritta di detta platea esiste e trovasi nella cittadina di Carbone, appunto dove la vide nel 1929 la Robinson, presso la famiglia Cascini . Essa è rilegata in cuoio, e la copertina reca, impresso in oro, lo stemma borbonico.
Dagli attuali proprietari non mi è stato consentito eseguirne la fotografia.
Tale — allo stato — il risultato delle ricerche da me compiute sul monastero carbonese dei SS. Anastasio ed Elia.
Aggiungo il testo del voto che, da me presentato, venne all’unanimità approvato alla conclusione dei lavori congressuali dedicati a Giacomo Racioppi:
« I partecipanti al I Convegno Nazionale di Storiografia lucana intitolato a “G. Racioppi “, al termine della tornata dedicata alla sezione vetero-cristiana, ascoltato l’intervento circa il rinvenimento della traduzione manoscritta della storia del Santoro di quel monastero redatta da Francesco Paolo de Clemente, preso atto della condizione di estrema rovina delle costruzioni facenti parte dell’antico complesso; nell’esortare il Comune di Carbone a sospendere ogni pratica intesa ad utilizzare l’area monastica per la costruzione di un edificio di interesse pubblico agevolmente altrove edificabile senza danno al paesaggio ed offesa alle memorie storiche; fanno voto alla Presidenza del Consiglio, dei Ministri, al Ministero P.I., alla Direzione Generale delle AA. e BB.AA. ed alla Soprintendenza ai Monumenti della Lucania affinché si conduca un lavoro scientifico di ricerche e di scavo onde accertare i particolari architettonici del complesso monastico carbonese; si delimiti la zona e la si preservi da ulteriori ingiurie edilizie con l’applicazione di un vincolo. Si darà così la possibilità di offrire alla fruizione degli studiosi e dei visitatori un complesso legato alla storia ed alla civiltà della Lucania ». (Il voto fu presentato ed approvato nel corso della tornata presieduta dal prof. Raoul Manselli, dell’Università di Roma).


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