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Carbone (PZ). Benvenuti.

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Il Monastero dei Santi Elia e Anastasio di Carbone
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G. A. Santoro e la Platea del Monastero  -


L'operato del cardinale mirò in un primo momento al recupero dei beni del monastero sottratti da Aurelia, cognata di Cesare Roggiero, che lasciata da quest'ultimo "padrona e signora delle cose, agiva a suo piacimento nei beni della chiesa". Aurelia prese diplomi, manoscritti, buoi, pecore e capre e "una parte venne spinta verso Taranto e un'altra verso Laurenzana. (…) Si dovette sudare a lungo contro la donna, che resisteva con indomita ostinazione", ma alla fine gran parte dei manoscritti e diplomi vennero recuperati. Dopo questo il Santoro si dedicò alla ristrutturazione e all'ampliamento del monastero, perché "gli dava fastidio l'angustia del luogo". Dotò la chiesa e il sacrario di molti ornamenti e di un corredo di paramenti sacri "dopo aver tolto l'antico sudiciume da far vergogna anche in una casa privata, tanto più nel tempio di Dio" fece togliere dalla chiesa i gradini di legno sostituendoli con quelli di mattone, ricostruì il campanile e restaurò il vecchio palazzo cadente, al quale aggiunse nuove stanze, e dotò il tutto di un grande parco "secondo le regole degli architetti". Fece anche una ricognizione di beni, censi, diritti, recuperando antiche scritture, affidando a Federico Mezio il compito di riprodurle dal greco al latino (come riferisce il Menniti nell'anno 1581).
Quest'opera di ricostruzione documentaria, come afferma A. Lerra, si venne a concretizzare nella compilazione della Platea del 1577-1578. Dalle pagine iniziali, veniamo a sapere che in tale periodo l'abate commendatario esercitava giurisdizione spirituale e temporale su un vasto territorio che aveva origine dal punto d'incontro delle fiumare di "Serrapotamo e mal tempo, dove si dice Faraco". La descrizione dei confini è riportata per intero da A. Lerra. "Dentro il territorio confinante come di sopra vi è una terra dell'abbadia chiamata Carboni la quale ha molti luoghi et è solita rimanere col governo di un sindaco, due giudici et dodici eletti, li quali sogliono creare alla metà di agosto di ciascheduno anno nel qual giorno si unisce l'Università col sindaco, giudici ed eletti nel luogo solito, et fanno la nuova elettione, la quale da confirmare dal commendatario o dal suo procuratore et ministro".
Per quanto riguarda la giurisdizione spirituale "la cura delle anime apparteneva all'arciprete di detta terra Carboni" aiutato dai suoi ebdomadari. Il commendatario, poi, esigeva la "quarta delli robbi mobili da tutti quelli che morivano nella terra di Carboni et suo territorio senza testamento", e gli spettava la "metà di grano che essige ogni anno il clero da vassalli per ragioni di decime, et di più ha la quarta parte di tutti quelli che mancano di pagare la decima parte nell'anno", e tutti gli sposi dovevano donare una gallina "nel giorno dillo sponsalitio". La giurisdizione temporale, civile e criminale era amministrata dal "Capitano" il quale, in caso di assenza, veniva sostituito dal "Mastrogiurato" nominato anch'esso, insieme al "Camerlengo" dal commendatario o dal suo procuratore il 15 agosto di ogni anno.
Il Commendatario concedeva anche la "Mastridattìa" "che si suole affittare ogni anno (…) et al presente sta affittata a notaio Pietro Antonio Castelluccio in docati sessantadue et mezzo". L'Università della terra di Carbone era obbligata, ogni anno nella metà di agosto, a nominare quattro "baglivi" di cui uno badava continuamente a tutte le necessità dell'abbazia e del commendatario, senza ricevere paga alcuna; l'altro prestava servizio presso il capitano e i suoi ufficiali e luogotenenti; il terzo presso l'Università, il sindaco i giudici e eletti; il quarto, infine, "ha da servire li commissarii et ministri regi".
L'abbazia e il Commendatario possedeva il "Ius baiulationis per tutto il territorio e si suoli tenere in affitto dall'Università per docati 45 l'anno", e anche il "Ius Portulaniae" tanto dentro la sua terra come in tutto il suo territorio "et riconosce le cause del publico accusato et siggendo le pene solite, et suol dar licenza di edificare et far edifici in luoghi pubblici della terra". Il capitano o ufficiale, aveva il compito di procedere in queste cause "ministarndo giustizia sempre che occorre.(…) Quando si concede alcuna cosa publica tanto dentro come fuori la terra ciò è facoltà di fare scala, o qualsivoglia altra comodità nel publico dentro la terra, o pagliaro fuori di quella, si essigge una gallina da quella che ottiena la comodità. Da questi si eccettuano i canali, o vero gorghe le quali si possono fare liberamente nelle case senza licenza alcuna. Si dichiara come niuno può fare molina, Pannitterio, o paraturo neanco tappeto, o centimolo senza espressa licenza del commendatario o suo procuratore".
Il baglivo, insieme al camerlengo, doveva amministrare la giustizia due volte a settimana, cioè il mercoledì e il sabato. Egli "esige la fida di tutti gli animali furestieri a suo arbitrio et secondo si può convenire. (…) Esige da tutti i furestieri tanto nel vendere che nel comprare la ragione della piazza nel modo che siegue:

per ogni tomolo di grano tre tornesi;

per ogni tomolo di orzo due tornesi;

per ogni tomolo di legumi tre tornesi;

per ogni salma di vino a ragione di due barili per salma tre tornesi;

Per ogni bestiame di valore da quindici carlini a basto un tornese per carlino e da quindici carlini in su dodici grana per onza
".

Sempre da questa Platea sappiamo che l'abbazia aveva un palazzo "congiunto al monastero, con diverse membra sotto et sopra et con molte commodità necessarie". Aveva una grande vigna e una grotta "nel luogo la strada della croce" nella quale si conservava il vino prodotto. "Sopra la detta grotta tiene una stalla di capacità di cavalli dodi[ci] in circa, posta vicino la via publica che va à S. Sebastiano et à canto la vigna". Dentro la vigna si trovava un giardino, con molti alberi da frutto e fontane, e un "tappeto, òvero Centimolo dell'oglio" che si affittava a seconda della quantità delle olive, "quest'anno stà affittato in docati quaranta a Marco Petrignano della terra di Carboni con lo somierello dell'Abbadia che serve per lo macinar dell'olive".
Il monastero possedeva dentro la sua terra molti "casalini" "sotto natura e patti enfiteotici". Dell'operato del cardinal Santoro bisogna ricordare l'attuazione della "separazione delle mense" imposta da Gregorio XIII e che serviva a dare un sostentamento ai monaci e a consentir loro di non dover più mendicare. Questo documento, stipulato a Roma il 28 settembre del 1581, si rinviene nella già citata Platea del 1741 ai ff. 75-86 e pubblicato anche dallo Spena nella sua Storia. Da esso sappiamo che fu assegnato per ogni anno a ciascun monaco la somma di ducati 31 ed 1 carlino per il proprio sostentamento. Tale somma era data da: 9 tomoli di grano, stimati secondo il valore di quel tempo in ducati 4.50; 12 barili di vino per ducati 1.90; 11 pignatte d'olio in ducati 2.20; 1 tomolo di fave in carlini 5. Per altri bisogni si davano ai monaci 11 ducati in moneta contante; 8 ducati per il vestiario e 3 ducati per le medicine; per il mantenimento di tutti i monaci si richiedevano 279.90 ducati. Si davano anche per il servizio della chiesa, 20 ducati per il consumo delle candele e 4.40 ducati per l'olio della lampada che era continuamente accesa. Si donarono anche beni immobili che non riporto in quanto si trovano già nel testo del Menniti a p. 42.
Tutto questo fece il cardinale Santoro nel tentativo e con la speranza di ridare al monastero lo splendore di cui aveva goduto; tentativo in gran parte non raggiunto, per quello che lascia intendere il nipote Paolo Emilio Santoro nelle pagine finali della sua Historia, probabilmente a causa dei baroni del tempo che cercarono sempre di impadronirsi dei beni e possedimenti del monastero. "Apriamo la porta e offriamo ai baroni l'ingresso nei templi per far saccheggiare i beni della chiesa a chi non è mai sazio di preda né lo sarà mai. Stanno, essi, con la bocca spalancata, e a distruggere le fortune dei vassalli, e, spinti da immane furore, bramano ardentemente le rendite ecclesiastiche, desiderosi (se fosse possibile alle loro forze) di sradicare dagli animi dei mortali ogni sentimento religioso".

 


 

 
Autore

Autore: Gennaro Chiorazzo
Introduzione della tesi di Laurea:
"Cronica del Monastero di S. Elia di Carbone dell'Ordine di San Basilio Magno" di Pietro Menniti.
Traduzione e critica

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