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Carbone (PZ). Benvenuti.


 



PARENTI STEFANO


FRATE ANTONIO ROCCO 

DI CARBONE

ED IL MONASTERO DI S. ADRIANO





Estratto da: “Studi sull’Oriente Cristiano” – Accademia Angelica Costantiniana di 
lettere, arti e scienze.



Roma 4-2000


Trascritto da Mario Chiorazzo


Di Antonio Rocco di Carbone, monaco e copista “basiliano” della seconda metà del XVI secolo si conoscono finora due codici: il Vaticano gr 2258 terminato mercoledì santo 13 marzo 1580 e l’Ottoboni gr. 384 (ff. 227-238v) del dicembre 1581. Ambedue i manoscritti sono di contenuto liturgico e riportano il primo le tre Liturgie di S. Giovanni Crisostomo, di S. Basilio e del Presantificati, qui attribuita a S. Germano di Costantinopoli, ed il secondo la Liturgia italo-greca di S. Pietro . M. Vogel e V. Gardthausen gli attribuiscono erroneamente anche il Grottaferrata Δ. a. XV, un menaion carbonese dell’XI secolo , forse in base ad una nota seriore pubblicata dal p. Rocchi bibliotecario di Grottaferrata che riferisce della scomparsa di un tale ieromonaco Antonio del monastero di S. Elia di Carbone avvenuta però nel 1555 . L’Ottoboniano ed il Vaticano sono eloquenti testimoni del degrado culturale e cultuale in cui versavano i cenobi greci del Meridione, che da poco tempo la Bolla Benedictus Dominus del 1 novembre 1579 aveva costituito in “Ordine di S. Basilio” . Dei due codici copiati dal Rocco solo il Vaticano gr. 2258 è sicuramente localizzabile, infatti la prima delle due sottoscrizioni, pubblicate trenta anni orsono da André Jacob, ci informa che “frate Antonio” di Carbone scriveva nel monastero dei Santi Adriano e Natalia , un cenobio per cui sono state proposte due localizzazioni. 

Alberto Vaccari, e con lui il Codrington hanno pensato si tratti del monastero calabrese di S. Adriano, quello per intenderci, presso cui si trattenne S. Nilo di Rossano .. Di diverso avviso è stato invece Biagio Cappelli, e con lui André Jacob, che hanno creduto di identificare il monastero in cui operava Antonio Rocco con l’omonimo cenobio lucano, pure dedicato ai Santi Adriano e Natalia, sito in San Chirico Raparo . E’ accaduto così che Hubert Houben, sulla base della sottoscrizione del Vaticano gr. 2258 pubblicata e interpretata in tale senso da Jacob, ha pensato che nel 1580 il monastero lucano fosse ancora attivo in quanto «probabilmente dipendente da Carbone».

Le notizie che si posseggono sul monastero lucano dei Santi Adriano e Natalia in verità sono molto scarse e contestate e si limitano al periodo di fondazione ad opera di S. Vitale di Castronuovo fissata tra il 980 ed il 986 nei pressi dell’altro monastero di San Chirico Raparo dedicato a S. Angelo. Ma se proprio il monastero di S. Angelo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo è passato ai Benedettini , sembra alquanto difficile che nello stesso luogo la più modesta grancia dei Santi Adriano e Natalia sia riuscita a sfuggire a questo destino. Sta di fatto che della dipendenza di S. Adriano non parlano né la visita apostolica compiuta nel 1457-58 da Athanasios Chalkeopoulos , né la successiva del 1551 di Marcello Bazio, detto Terracina.
 
In effetti nel 1580 il monastero lucano dei Santi Adriano e Natalia o non era più di osservanza bizantina o, più semplicemente, era stato soppresso. Un primo argomento ci viene dall’assenza dal numero dei cenobi visitati, proprio in quella data, da Colantonio Ruffo, primo Abate generale dei Basiliani ed i cui Atti autentici si conservano nell’Archivio del Monastero di Grottaferrata. Gli stessi Atti piuttosto ci offrono anche un secondo e più decisivo argomento perché da una loro lettura risulta che a quella data lo ieromonaco Antonio Rocco di Carbone era collocato di famiglia proprio nel monastero calabrese di S. Adriano in diocesi di Rossano . Pertanto è in quel cenobio di S. Adriano e non nella grancia di Carbone che è stato copiato il Vaticano gr. 2258.

Una nota seriore sembra però ricondurre ancora una volta il piccolo codice in ambito carbonese. Infatti sul f. 115v si legge di un tale D. Appollinare Vardaro che era stato trasferito nel monastero di S. Elia di Carbone in data 15 di giugno 1674 . Sicuramente è lo stesso Apollinare Vardaro (o Baldaro) che nel 1678 troviamo a S. Filareto di Seminara . La nota relativa al Vardaro non è la sola che è dato di rinvenire in codici che hanno transitato per Carbone. P.es. il Crypt. Γβ. XVII, un λειτουργικόν copiato nel 1565 dallo ieromonaco di Grottaferrata Luca Felici di Tivoli, porta segni di un prolungato soggiorno a S.. Elia di Carbone.

Come già per il Vardaro, qui è la volta di Francesco Laganà, che vi registra la sua venuta nel 1689 , ma questo non vuol dire che il codice di Grottaferrata sia stato copiato a Carbone o in qualche sua dipendenza. Piuttosto vi potrebbe essere giunto tramite la grancia criptense di S. Pietro in Montesano, nel Vallo di Diano in diocesi di Policastro - e dunque vicinissimo a Carbone - dove Luca Felice si trattenne tra il febbraio e l’ottobre del 1576 in veste di procuratore del monastero di Grottaferrata . Dopo il 1724 il codice ha fatto ritorno a Grottaferrata, con altri manoscritti propriamente carbonesi che ora vi si conservano . Per la grancia di Montesano nel 1595 Luca Felici aveva copiato un’epitome del typikòn liturgico di Grottaferrata, oggi Roma Casanatense 1249 e forse prima ancora, nel 1593, l’anthologion ora Grottaferrata Δ a. XXXI E’ sintomatico poi che il manoscritto vaticano ed i tre manoscritti di Luca Felice siano di piccolo ed identico formato e di contenuto liturgico, più specificatamente eucaristico, quasi dei “messalini” ad uso personale, particolarmente adatti per gli spostamenti e per la celebrazione privata, una pratica al tempo ampiamente diffusa. In effetti va tenuto in debito conto che con la creazione dell’Ordine Basiliano, organizzato sul modello della congregazione riformata cassinese di S. Giustina di Padova, veniva introdotto in quella istituzione monastica un principio di mobilità periodica dei membri, costume del tutto inedito nella storia del monachesimo italo-greco , la cui peculiare instabilitas loci non era determinata da alcun ordinamento giuridico.

Di questo stato di cose è proprio la biografia di Antonio Rocco -per quel poco che di lui è dato di sapere- ad offrircene un esempio convincente. Nel 1570 egli faceva parte della comunità monastica di Carbone dove sotto forma di note marginali apposte in alcuni dei menaia, ebbe modo di registrare il decesso del commendatario Cesare Ruggero e la presa di possesso del suo successore ovvero Giulio Antonio Santoro . In verità le annotazioni non recano esplicita sottoscrizione, ma un confronto con i manoscritti certi del Rocco non dovrebbe lasciare spazio a dubbi. Da una lettera spedita da Corigliano il 16 maggio 1572 al cardinale Sirleto, il Rocco narra al porporato alcune disavventure occorse a lui e a sua madre e del periodo trascorso nel monastero di Grottaferrata, e gli manifesta la volontà di recarsi in Calabria o in Terra d’Otranto . Da una annotazione del 9 giugno 1573 apposta da Φρατιοζ nei margini dell’attuale Grottaferrata Δa . XXIH sappiamo però che il Rocco si trovava di nuovo a Carbone. 

La visita effettuata nel 1580 ai monasteri calabresi dall’ abate generale Colantonio Ruffo trova fra Antonio nel monastero di S. Adriano in Calabria dove, il 30 marzo, copia il Vaticano gr. 2580. Da un’altra lettera del Rocco a Sirleto si apprende che qualche mese dopo egli passa al cenobio di S. Bartolomeo di Trigona, inviatovi dall’abate generale Colantonio Ruffo, ma anche qui ha incontrato maltrattamenti e incomprensioni, e se ne lamenta con il Cardinale . Dato che la lettera è stata inviata da Carbone il 20 novembre 1581, c’è da ritenere che frate Antonio abbia copiato proprio a Carbone nel dicembre successivo la Liturgia di S. Pietro dell’Ottoboni gr. 384. Sempre da S. Elia di Carbone, il 27 aprile 1582 egli sottoscrive con i confratelli una lettera al cardinale Guglielmo Sirleto .. Ma ulteriori spostamenti lo attendevano. Nella Tabula mutationum determinata nel capitolo generale celebrato nel 1596, Antonio Rocco, che a quella data si trovava di nuovo nel monastero di S. Bartolomeo di Trigona presso Sinopoli, viene destinato al monastero di S. Giovanni di Stilo . Dopo quella data capitoli e diete generali di cui si ha documentazione non ne registrano più il nome .



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