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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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 -  1a Parte

 
 

          Purtroppo non sono i sigilli né i municipi a salvaguardare la povera gente dalle sventure. Infatti, quando quei poveretti credevano di aver finalmente tacitato la mala sorte e di aver diritto ad un po' di tranquillità, intervenne il Serrapotamo, con le continue minacce di tracimazione, a costringerli ad intraprendere l'ennesima peregrinazione, questa volta verso nord, a metà colle, nelle vicinanze del monastero, proprietario della terra. Ed è lì che la maggioranza di noi ha visto per la prima volta la luce.

          Nel frattempo erano trascorsi cinque secoli dalla fondazione dell'abbazia ed i successori di San Luca amministravano con oculatezza le ragguardevoli ricchezze accumulate attraverso donazioni e lasciti, senza trascurare quella che era stata la loro attività iniziale, prettamente agricola, come testimonia l'allestimento dell'aia per la trebbia in prossimità del convento, tuttora denominata "l'aia dell'abate". I monaci conducevano una vita severa e sobria, ma il clero secolare era povero come i suoi fedeli. I contadini (tutti i contadini, non solo i carbonesi) che costituivano la classe proletaria dell'epoca, oltre che in condizioni sanitarie e igieniche miserevoli, dovevano vivere con poco, perché quasi tutto ciò che producevano andava al padrone. E il monastero era uno dei padroni. La distanza tra ricchi e poveri era imponente, perché i ricchi erano ricchissimi ed i poveri poverissimi.

          La miseria opprimente era poi inasprita dalle privazioni comuni a tutta la società medievale, compresi i ricchi. La mortalità infantile era elevatissima. Le epidemie non si soffermavano a distinguere il ricco dal povero, né la città dal villaggio, ma rappresentavano una minaccia ossessiva per l'intera società. È però evidente che la denutrizione, le condizioni ambientali, le inadeguate misure igieniche, erano ragioni di sofferenze quotidiane principalmente dell'indigente.

          A Carbone si producevano cereali, frutta, lini, canape e ortaggi. C'era abbondanza di noci e castagne, mentre per il grano, insufficiente, si ricorreva a Senise e Tursi.

          A disposizione dei cacciatori c'erano lepri, volpi, pernici, starne e colombi.

          L'aria, naturalmente salubre e cristallina, subiva l'inquinamento dai depositi di concime, un misto di deiezioni animali ed umane le cui soavi fragranze deliziavano strade ed abitazioni. Altri attentati alla salute provenivano dalla macerazione di lini e ginestre, la cui putrida esalazione, nei mesi estivi, era apportatrice di malanni talvolta letali.

          Alla pulizia delle strade provvedeva l'acqua piovana.

          Nelle vicinanze dell'abitato vi erano quattro fonti. Una tuttora conosciuta come "Tuvolo", forse dal latino tubulus, piccolo tubo o canaletto di terracotta. L'altra a ridosso del Convento dei Francescani. La terza, di più recente costruzione, a sud del Convento. Ce ne sarebbe stata una quarta nei pressi del Serrapotamo detta "Tuvolo basso". Accanto al monastero c'era la "fontana di Sant'Elia" le cui ottime acque, sottratte al pubblico,furono fatte defluire arbitrariamente in suolo privato.

 

 
 

 

   
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