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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi

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          Del monastero di Carbone, dedicato ai Santi Elia e Anastasio, San Luca fu il primo abate, ma sfugge il ruolo da lui svolto nell'ideazione e costruzione dello stesso. Nulla, infatti, si sa dell'inizio dei lavori. Non se ne conosce l'ampiezza, né la struttura, né la disposizione dei locali.

          Certo, se si considera che quei ruderi, ormai consumati ed erosi e tuttavia ancora osservabili, dovevano costituirne i contrafforti, si è indotti a supporre che nel corso della sua esistenza, il monastero abbia conseguito una notevole dimensione.

          È comunque una impresa ardua dipanare mille anni di storia senza il conforto di una ragionevole testimonianza documentale.

          La più prudente delle valutazioni darebbe per scontato l'assetto definitivo della costruzione all'epoca dell'abate Paolo Emilio Santoro. E invece, proprio lui, alla fine del 1500 (cioè cinque secoli dopo la morte di San Luca) sostiene che i monaci abitavano ancora "in alcuni sottani, volgarmente chiamati grotte" fino a quando suo zio, il cardinale Giulio Antonio Santoro, non provvide a far costruire "sopra detti sottani un quarto soprano, dove in distinte celle oggi abitano i Religiosi".

          Nel periodo in cui San Luca profondeva le energie alla realizzazione della sua opera in Carbone, tutta la regione, dal Pollino al Lagonegrese, era un fiorire di monasteri: Lagonegro, San Chirico, e più tardi, Calvera, Castronuovo, Teana, Viggiano, Episcopia, Rotondella, tutti dell'ordine monastico di San Basilio. Nei confronti di questi ed altri non citati, il monastero di Carbone andò progressivamente assumendo una posizione di preminenza fino all'attribuzione della Dignità di Archimandrita al suo Padre Superiore. Titolo concesso intorno al 1170 dalla madre di Guglielmo II il Buono del regno di Sicilia e che nella Chiesa di rito greco conferisce una serie di poteri (giuridici, amministrativi, disciplinari) sugli istituti dipendenti. Non solo, ma a favore del nostro monastero giocò un complesso di fattori che si verificano solo in determinate circostanze, per lo più in prossimità di scadenze cicliche, anche se convenzionali, come la fine del primo millennio e l'ingresso nel secondo.

          Chiaroveggenti ed indovini scorrazzavano, con l'arroganza dell'imbonitore, in quelle menti già farcite di superstizioni e lugubri credenze, alimentando uno stato di tensione e terrore con profezie di eventi apocalittici e funesti per l'umano consorzio. I poveri, non avendo lacrime da versare, facevano atto di contrizione delle loro malefatte percotendosi il torace e protraendo ad oltranza quell'amabile esistenza che le nostre opulente generazioni si dilettano a definire sciopero della fame. I ricchi, invece, per prenotarsi un cantuccio delizioso anche lassù, ricorrevano a generose munificenze (donazioni di terre e lasciti in danaro) in favore degli ordini religiosi.

          Queste ragioni e probabilmente anche una certa dose di devozione determinarono un considerevole flusso di ricchezza a beneficio del monastero di Carbone. Fu una gara di magnanimità fra le nobili famiglie del territorio, le cui elargizioni, nel giro di qualche decennio, fecero della nostra abbazia un'entità economica di tutto rispetto fino a comprendere i monasteri di Bari, Cerchiara, Mormanno e tanti altri. Questo già cospicuo patrimonio era destinato a crescere con le future donazioni della famiglia dei "Chiaromonte", da cui, nel 1134, il monastero acquistò anche Calvera.

           Sorse, così, una vera e propria signoria fondiaria, ricca di un numero imprecisato di feudi cosparsi in un territorio i cui confini da Salerno raggiungevano Melfi e il golfo di Taranto fino a Cerchiara e Belvedere, per poi chiudere il perimetro risalendo lungo la costa tirrenica. La gestisce l'abate in posizione di preminenza, come un "signore" laico, con alle dipendenze una moltitudine di collaboratori, vassalli e contadini.

           "La ricchezza, questa indiscutibile fonte di potere che condiziona i rapporti e fomenta le ambizioni, fu oggetto di secolari contese per difenderla dagli appetiti dei vescovi di Anglona-Tursi, che miravano ad averne l'amministrazione, e dai latifondi confinanti con la signoria del monastero.
Ne indichiamo soltanto una, perché coinvolge persone il cui casato è tuttora presente nelle nostre zone e può essere motivo di orgoglio per alcune famiglie venire a conoscenza di un loro probabile illustre antenato.

           E' il caso, ad esempio, del barone di Teana Niccolò Francesco Missanelli (o Missanello), il quale citò in giudizio il monastero nella persona di padre Romano, sostenendo di essere stato leso nei suoi diritti di proprietà e pretendendo lo spostamento dei confini in modo da acquisire parte della proprietà del convento.

           Negli atti si fa riferimento al fiume "Malotempo", al "Vallonem Cupparo (?)" e alla "viam terra Tigana ad Episcopiam". Il processo si svolse il 7 febbraio 1473 in località "Pantanazzo" alla presenza del giudice "Conforto de Continanza di Carbone". Si tenga presente che il "de" precedente il cognome è indice di appartenenza alla nobiltà.

           La causa si risolse in favore del monastero.

           La sentenza è scritta in latino e termina con la simpatica conclusione: "signum crucis propriae manus Conforto de Continanza". Insomma il giudice era nobile ma analfabeta.
A questo proposito ricordiamo quel motto velenoso corrente nell'ultimo dopoguerra sulla cultura dei novelli rampanti amministratori: "per il sindaco analfabeta, segno di croce dell'assessore anziano".

           A consolazione, però, degli eventuali discendenti del giudice è doveroso rammentare anche l'esistenza di un uomo risoluto e tenace, di nome "Girolamo Continanza", archimandrita, il quale nel 1318 seppe, con grande dignità, tenere testa al vescovo che l'accusava di arruolare persone di altre terre e altri monasteri per lo svolgimento dei lavori nei campi e nelle pertinenze dell'abbazia carbonese.

           Perciò, congratulazioni sia agli eredi del barone Missanelli, sia ai discendenti dell'archimandrita i quali, per loro fortuna, hanno facoltà di scelta fra un antenato analfabeta ma nobile e un archimandrita erudito ma di più modesto lignaggio.

 
     
 

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