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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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 -  6a Parte

 
 

         Maria Carolina,  in assenza di un nuovo cardinale,  faceva affidamento su fra Diavolo il quale , invitato a Palermo,  venne insignito del titolo nobiliare di " duca di Cassano". Convinto di ripetere l'impresa di Ruffo,  Michele,  il 29 giugno 1806,  sbarcò ad Amantea mentre le campagne continuavano ad essere dominio di delinquenti e realisti che,  con rapine,  ricatti e sequestri terrorizzavano le province di Calabria e Basilicata. I francesi,  avvampati d'ira,  iniziarono una campagna di disinfestazione.

          Ne giustiziarono 600 e misero a ferro e fuoco la cittadina di Lauria. Fra Diavolo riuscì ad arruolare qualche centinaio di uomini e tentò l'avventura di Ruffo,  ma finì nella rete tesagli dal colonnello Joseph Hugo,  padre dello scrittore Victor. Michele,  braccato fra Nocera,  Cava e Battipaglia,  stanco e infreddolito,  chiese ospitalità al farmacista di Baronissi che lo riconobbe e lo fece arrestare. 

          E,  ancora una volta,  le massaie di Piazza Mercato si chiesero a chi appartenesse quel corpo pendente nel vuoto.

          Quando Napoleone ebbe la felice idea di imbarcarsi in quella funesta campagna di Russia e Murat lasciò Napoli per seguirlo,  Ferdinando IV tornò sul trono acclamato dalla stessa folla che aveva applaudito gli altri re. Maria Carolina,  sempre più malvista a Corte e di salute malferma,  lo aveva salutato a Palermo ed era partita per Vienna dove si spense nel settembre 1814. Fu proclamato un mese di lutto e,  dopo appena due mesi,  Ferdinando sposò la sua amante Lucia Migliaccia,  duchessa di Floidia,  di anni 47 e madre di sette figli,  alla quale donerà il parco della "Floridiana" al Vomero. Vivranno insieme dieci anni , ma per il re non saranno anni tranquilli.

          Da allora toccò a lui combattere il brigantaggio che aveva fomentato e di cui si era servito per tanti anni. Ma poiché le forze di cui disponeva erano incapaci di debellarlo,  si addivenne a patteggiamenti e addirittura al reclutamento di tanti masnadieri i quali,  indossata la sfarzosa divisa di gendarmi borbonici,  furono incaricati di dare la caccia ai compagni di una volta,  fino a che,  con raggiri e cavilli vari,  non caddero anch'essi nella trappola dell'ergastolo.

          Il 2 gennaio 1825, Ferdinando IV di Napoli,  e delle Due Sicilie, lasciò questo mondo e sul trono salì il figlio Francesco I che dedicherà i cinque anni di regno all'allevamento di polli. Ed eccoci a Ferdinando II.

           E' anch'egli un personaggio con luci e ombre. Regnò in piena epoca risorgimentale e in ciò la sorte non gli fu benevola. Anch'egli, per non tradire la stirpe, era triviale e zotico, superstizioso e scaltro. Sposò Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I. Ragazza timida,  dai modi gentili e rispettosa delle etichette,  per la quale Ferdinando non nutriva il minimo affetto e verso la quale non perdeva occasione di dar prova della sua villanìa. Come quando le spostò la sedia facendola rovinare sul pavimento. Lei lo lasciò per miglior vita all'età di 24 anni, pochi giorni dopo aver dato alla luce l'erede al trono,  il futuro Francesco II.

          Ferdinando, meno di un anno dopo, sposò l'arciduchessa Maria Teresa d'Asburgo, con la quale sarà affettuoso e pieno di attenzioni. La chiamava Tetella e l'amò,  riamato. Era una donna rozza, sciatta ed arrogante. Ebbero dieci figli. E' impossibile rincorrere tutti gli avvenimenti di quegli anni che precedettero e fecero l'unità d'Italia. Si può accennare solo ad alcuni di essi.

          Venne inaugurata la prima linea ferroviaria italiana Napoli-Portici. Sorse il "reale opificio" dove si producevano vagoni e locomotive. A Castellammare fu costruito il cantiere navale. Nei grandi centri fu istituita anche qualche scuola pubblica gratuita. Ferdinando si guadagnò il titolo di "Re bomba", quando, per domare il moto insurrezionale scoppiato in Sicilia, inviò la flotta da Napoli con l'ordine, puntualmente eseguito,  di bombardare la città di Messina.

          Il suo comportamento , con quel dialetto volgare e sguaiato, lo faceva apparire agli occhi dei lazzari come qualcuno di loro,  mentre chi per motivi istituzionali era costretto ad avvicinarlo ne scopriva il carattere dispotico e arrogante e se ne allontanava disgustato. Talvolta, come quando nel 1852 compì un viaggio in Calabria, assumeva un atteggiamento capriccioso , offensivo e mordace verso coloro che lo ricevevano con umiltà e rispetto e cercavano in ogni modo di alleviargli i disagi del viaggio.

          Un distinto e anziano signore,  onorato di affiancare il re e fargli gli onori di casa in una bella cittadina della Calabria,  mentre scendeva le scale accanto al sovrano, inciampò e, per mala sorte,  gli spezzò lo sperone. Si può immaginare con quanta umiltà il poveretto chiese scusa e sprofondò in inchini, ma Ferdinando non ci pensò due volte e gli appioppò un solenne ceffone alla presenza di tutti. Molte volte sembrava prendere gusto ad ostentare atteggiamenti villani anche perché sapeva che nessuno avrebbe reagito,  e questo denota volgarità d'animo.

          Manifestava disprezzo per siciliani e calabresi. E proprio per mano di un giovane calabrese, Agesilao Milano, subì un attentato il giorno dell'Immacolata del 1856.L'attentatore, nato a San Benedetto Ullano, era un ex studente del collegio dei Basiliani, arruolatosi nell'esercito regio. Mentre il re in carrozza passava in rassegna la truppa schierata, uscì dai ranghi e tentò di aggredirlo. Il ragazzo fu impiccato il giorno dopo.

  

 
 

 

   
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