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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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 -  6a Parte

 
 

 

          Il programma iniziale di questa narrazione prevedeva al massimo cinque puntate con riferimento esclusivo ad episodi locali ma, al di là di ogni aspettativa, è giunto un cortese invito da parte di due anonimi studiosi ad approfondire alcuni aspetti strettamente personali e familiari dei sovrani borbonici non facilmente reperibili nei comuni testi di storia.

          Per ricavarne un quadro generale collochiamo il nastro di partenza alla fine del periodo dei vicerè spagnoli e del trentennio dei vicerè austriaci. Nel 1735 prese finalmente posto sul trono di Napoli il primo vero re: Carlo di Borbone, futuro Carlo III di Spagna. Figlio della regina di Spagna, l'italiana Elisabetta Farnese, amava Napoli ed elevò il Regno a Stato indipendente. Durante la sua permanenza in Italia Napoli si avviò a diventare metropoli, con oltre 300.000 abitanti.

          Promosse gli scavi di Ercolano e Pompei. Iniziò la costruzione delle regge di Caserta, capolavoro del Vanvitelli, e di Capodimonte. Costruì e inaugurò il teatro San Carlo e il "Reale albergo dei poveri". Con Carlo di Borbone incominciò ad affluire nella capitale la nobiltà feudale, allettata dalla vicinanza alla Corte e dal miraggio di varcarne la soglia.

          I blasonati si contavano a centinaia nel Regno, ma la maggioranza di essi aveva usurpato il titolo con i soliti poco onorevoli espedienti. Nel 1759 Carlo lasciò Napoli per salire sul trono di Spagna col nome di Carlo III e la corona del Regno andò ad ornare la testa del figlio, Ferdinando IV, un bambino di otto anni che il padre affidò al ministro Tanucci, il quale assunse di fatto le funzioni di Reggente.

          L'aspetto fisico di Ferdinando, i rispettivi caratteri della coppia regnante e gli avvenimenti che accaddero nel regno durante e dopo il loro primo esilio in Sicilia sono stati descritti, sia pure a larghi tratti, nelle pagine precedenti. Per non incorrere, quindi, in superflue ripetizioni, della cui eventualità si chiede anticipatamente scusa, riprenderemo il discorso dalla loro seconda fuga a Palermo (1806) ma non prima di aver fatto conoscenza con un personaggio che abbiamo incontrato di sfuggita durante la marcia del cardinale Ruffo verso Napoli.

         Il suo nome è Michele Pezza di Itri, detto " fra Diavolo". Non si è mai saputo con certezza il perché di tale soprannome. Pare che la mamma, per adempiere un voto fatto durante una grave malattia del bambino, gli abbia confezionato un piccolo saio con il quale in famiglia si guadagnò il nomignolo di "fra Michele" e a scuola quello di "fra Diavolo". Questo benedetto figliolo, di buona famiglia, un bel giorno, all'età di venticinque anni, per una banale lite sul lavoro,compì un duplice omicidio e si dette alla macchia.

          Scartò la possibilità di aggregarsi a qualche banda di briganti della zona come quella di Mammone e ottenne la commutazione della pena in tredici anni di servizio militare. Ma la sua avventura durò appena sette anni. Prese parte a tutte le operazioni in atto contro i francesi. E quando Ferdinando fuggì terrorizzato in Sicilia, Michele, al quale non interessavano affatto le sorti del Regno, si mise alla testa di un manipolo di volontari suoi compaesani, al solo scopo di difendere il suo paese, la sua terra e la gente di Itri.

          Si batté contro i princìpi della Rivoluzione non per un ideale più nobile, ma perché i portatori di tali principi erano i devastatori del suo paese e gli assassini di sessanta persone, compreso suo padre. I francesi continuavano a cadere nelle imboscate tese da Pezza e, letteralmente atterriti, fuggivano inseguiti dagli urli belluini dei suoi uomini. Infatti, per infoltire il suo seguito, non esitava ad arruolare il fior fiore dei fuorilegge. I quali garantivano a modo loro il controllo assoluto delle strade considerandosi autorizzati a compiere qualsiasi arbitrio, salvo poi addossarne la responsabilità a fra Diavolo, sul cui nome germogliò la leggenda, ma una leggenda sinistra. Durante il secondo esilio dei sovrani, che durò quasi un decennio, sul trono di Napoli si alternarono Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, rispettivamente fratello e cognato dell' imperatore.

 
     
 

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