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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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 -  4a Parte

 
 

 

          Ed ora è il caso di dare una rapida ( anche se un po' noiosa ) occhiata agli avvenimenti che all'epoca della prima fuga di Ferdinando IV a Palermo accadevano nel Regno e in particolare nella capitale, non fosse altro per avere una, sia pur parziale, cognizione delle persone e degli ambienti che, anche indirettamente, coinvolgevano la nostra comunità. Perciò abbandoniamo per qualche tempo i monti e i boschi della Basilicata per crogiolarci un po' al sole di Mergellina e inebriarci dell'incantevole e sorridente bellezza del golfo.

          Ferdinando IV era molto alto, goffo, con la testa piccola sopra un collo taurino. Non era cattivo d'indole, ma rozzo e sboccato.

          Avrebbe dovuto sposare la sorella di Maria Carolina, Giovanna, ma la poveretta morì di vaiolo; e così pure Giuseppina, scelta dopo la morte di Giovanna. Ma l'imperatrice Maria Teresa riuscì a conciliare il dolore con alcune ragioni di Stato e consegnò nelle braccia di Ferdinando la diciassettenne Maria Carolina. La regina, nel tempo, si rivelò intrigante e frivola, ma i cortigiani non disdegnavano di venerarla pur di arricchirsi sulla pelle del popolo.

          Della rozzezza di Ferdinando farà le spese anche Giuseppe, fratello di Carolina, in occasione di una sua visita alla sorella. Esterrefatto, raccontò in una lettera alla madre di essere stato invitato dal sovrano a fargli compagnia mentre lui, seduto sul vaso, appagava i suoi bisogni, finché, prosegue Giuseppe, "una puzza orribile"....... e la descrizione continua fra il disgustoso e il divertente.

          Fra gli assidui alla Reggia c'era una giovane portoghese di nome Eleonora de Fonseca Pimentel. Poetessa, scrittrice e giornalista.

          Entrò nelle grazie della regina e del re il quale si preoccupò di assegnarle un dignitoso sussidio quando Eleonora, separata dal marito, restò priva di assistenza. La vicinanza alla Corte le fu di protezione contro il pettegolezzo e lo scandalo, immancabile a quei tempi. Lei ricambiava con graziose poesie dedicate al re e alla regina dalla quale era considerata la più fedele confidente.

          Altra figura assidua ai ricevimenti era Francesco Caracciolo, ammiraglio e terrore dei pirati.

          Fra gli splendidi saloni incedeva al braccio del consorte anche una giovine inglese dal viso stupendo su un corpo meraviglioso, Emma, moglie dell'ambasciatore inglese Lord Hamilton, al quale rimase fedele fino all'incontro con il suo connazionale ammiraglio Nelson, il quale perdette letteralmente la testa per lei.
All'avvicinarsi dei francesi i "lazzari", ignari della fuga del re, accorsero al proclama e si batterono con spiedi e forconi contro i francesi e contro i "giacobini" cioè gli assertori della Repubblica i quali furono costretti a riparare nel castel Sant'Elmo, ove innalzarono la bandiera della Repubblica Partenopea. I protagonisti della sollevazione furono proprio i frequentatori della Reggia: Caracciolo, Cimarosa, Paisiello, Mario Pagano, la Pimentel e.... Luisa Sanfelice.

          Sul fronte opposto, oltre ai "lazzari", un alto prelato di nobile famiglia: il cardinale Fabrizio Ruffo, il quale riuscì a vincere lo scetticismo dei sovrani, e a convincerli che il regno poteva essere riconquistato marciando su Napoli. Era un progetto assurdo di un uomo tenace. Aveva intuito che il posto propizio per un cospicuo arruolamento era fra la sua gente di Calabria di cui conosceva sofferenze e rabbia. Trascorse le notti in bivacchi fra pastori e contadini, stimolandoli con lusinghe e minacce.

          Confezionò finanche una bandiera con il simbolo della croce e fece facilmente breccia nello loro menti asserendo che si trattava di una impresa a favore della monarchia ma anche e soprattutto in difesa della Fede. Ecco perché il loro sarà "l'esercito della fede" e ciascuno si glorierà della qualifica di "Sanfedista".

          Partì da Palermo con sette uomini; dopo un mese ne aveva al seguito diciassettemila e pare che alla fine delle operazioni fossero diventati cinquantamila. Mentre questa spaventosa marea si muoveva verso il nord, intere popolazioni di Molise e Basilicata si sollevarono contro nobili e benestanti e lo stato di anarchia offrì l'occasione per il compimento di vendette personali e familiari.

          Dal canto suo, Eleonora Pimentel aveva fondato il "Monitore", giornale da lei  stessa diretto e scritto. Parlava di libertà ed eguaglianza. Ma incautamente e con un bel pò di ingratitudine, attribuiva a Ferdinando il titolo di "imbecille" e a Maria Carolina quello di "recidiva Poppea". Ne uscirono 35 edizioni, tutte zeppe di insolenze e oltraggiose espressioni verso i suoi amici e protettori. La regina, alla lettura di ogni copia che riceveva puntualmente da Napoli, esplodeva in scoppi d'ira isterica con contorsioni e convulsioni, e tra le escandescenze in lingua tedesca e i giuramenti in napoletano si percepiva una sola parola : vendetta. Forse esagerava un po', ma in fondo non aveva tutti i torti.

 
     
 

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