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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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 -  3a Parte

 
 

          Erano trascorsi due anni ed ecco che, il 4 settembre 1809, la furia devastatrice  di coloro che lottavano per i diritti dei poveri  si abbatté per la seconda volta  sui nostri progenitori e i loro averi. Terrorizzati dall'esperienza precedente, cercarono salvezza    nelle campagne lasciando il monastero  alla mercé del furore criminale  degli ospiti. Si ripeterono furti, saccheggi e incendi. Uno solo degli abitanti, don Biagio Giordano, si era rifugiato nel  convento di San Francesco. Scoperto venne ucciso a coltellate davanti alla croce in pietra eretta nel piazzale del convento.

"Re Gioacchino, per porre rimedio al problema, dispose che le autorità locali  compilassero una lista dei "fuorgiudicati", cioè dei briganti  della zona, dando però a costoro la facoltà di rientrare nella legalità  entro otto giorni. In caso contrario ogni cittadino  era autorizzato ad ucciderli e a riscuotere il premio in danaro. Questo appellativo ci è familiare, perché faceva parte  di una espressione  con la quale noi bambini   venivamo additati al "pubblico ludibrio"  quando ne compivamo  qualcuna più grossa delle altre: " QUIST  GUAGNUNI  MII  è NU FORAGIUDICHE'T".

Con queste atrocità terminarono le scorribande brigantesche su Carbone, ma con esse  scomparve anche la possibilità  di addurle a giustificazione  della successiva perdita del  monumento.. 

          Neanche le arbitrarie  disposizioni  provenienti da Napoli possono essere considerate causa preponderante  della distruzione materiale del complesso. La legislazione dei due francesi, Giuseppe e Gioacchino, prevedeva la soppressione dei monasteri di tutti gli ordini religiosi e la requisizione dei beni  di loro  appartenenza per far fronte all'enorme deficit delle casse erariali.

          L'ordine di procedere all'inventario dei beni giunse  dalla capitale al giudice di Carbone, dr. Giacomo Astore. Le operazioni iniziarono il 20 novembre 1809 alla presenza di un delegato del sindaco dr. Francesco Paolo Celano e di quattro periti. Abitavano il monastero tre monaci-sacerdoti tra i quali don Luca De Luca di Gallicchio che fungeva da priore, essendo morto l'ultimo abate don Michele Pecci di Tramutola.

          Quadri,reliquie e arredi sacri furono trasferiti nella chiesa parrocchiale; i beni immobili venduti  a vari cittadini di Carbone o attribuiti al vescovado di Policastro. I mobili, invece, finirono nelle abitazioni di chi ebbe le mani più lunghe. La rapacità non si arrestò neanche davanti all'inestimabile  patrimonio culturale custodito nella biblioteca e nell'archivio. Volumi in lingua greca  e testimonianze documentali di storia  andarono irrimediabilmente perduti.

          E le mura? Svanite nel nulla  e con esse un millennio di storia. Una comunità che ha dilapidato per propria incuria, anche se con l'ausilio di cause esterne, una ricca e preziosa eredità su cui fondare l'avvenire proprio  e dei suoi figli, può anche stracciarsi le vesti,ma le porte della fortuna, che di tanto in tanto elargisce i suoi premi, le resteranno definitivamente sbarrate.

          Il dr. Marcello Spena così conclude: "contro le mura si estese la durezza del fato, la ingratitudine di  alcuni cittadini, la stizza di altri  che da noi conosciuti  nominar non vogliamo. Le mura stesse furono abbattute  siccome sogliono con la caduta dei padroni i monumenti abbattersi dell'odiata signoria".

          Le amare conclusioni  del dr. Marcello  e le recriminazioni all'ingratitudine  dei carbonesi verso il monastero omettono, però, ogni considerazione  sul fatto che alla base  dell'incolmabile frattura  c'è  il secolare sistema feudale con tutte le sue storture di sfruttamento e di miseria di protezione e di sudditanza.

          Il legame  signore-suddito è un vincolo estorsivo tra la sfera dominante, ammantata da finto paternalismo, e quella servente, camuffata da ipocrita devozione. Il crollo della prima innesca una incontenibile  reazione nella seconda  il cui unico obiettivo  è l'eliminazione di ogni visibile  raffigurazione del potere.

 

 
 

 

   
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