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Carbone (PZ). Benvenuti.

STUDI E RIFLESSIONI SU CARBONE E IL SUO MONASTERO

a cura di Donato Bloisi


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         Durante il regno di Ferdinando IV  e Maria Carolina, tutto a corte sarebbe filato liscio se non ci avesse messo lo  zampino uno sconosciuto  giovanotto di Aiaccio  il quale si era ficcato in testa  di diventare ciò che ancora oggi molti megalomani  sono convinti di essere: Napoleone.

Per Maria Carolina  è " lo scellerato Còrso"

Con l'avvicinarsi delle truppe francesi, Ferdinando lanciò un proclama  al popolo  incitandolo ad opporsi con ogni mezzo, anche a costo della vita, mentre lui con la famiglia e i cortigiani  fuggiva a Palermo e a Napoli  nasceva  la Repubblica partenopea.

Sarà il cardinale-guerriero Fabrizio Ruffo  ad aprirgli la strada  di ritorno a Napoli dove Ferdinando sbarcherà il 1O  luglio1799, accolto da una folla festosa.

Da quel giorno il patibolo in piazza Mercato non conoscerà sosta.
Con l'inizio del secolo XIX  ricompare  all'orizzonte del Reame, ancora una volta, " lo scellerato Còrso" il quale,dopo un periodo di distrazione  per altri problemi,ritenne giunto  il momento di ripetere l'avventura Italia. E con la consueta puntualità si ripeté, dopo sei anni, la scena  della fuga dei sovrani a Palermo. Fra Diavolo,con il beneplacito della regina,tentò l'impresa del cardinale Ruffo, ma finì miseramente.  

Sul trono di Napoli si era accomodato nel frattempo Giuseppe Bonaparte, sostituito successivamente dal cognato Gioacchino Murat che lo occupò fino al 1815. 

Intanto piccole bande  di briganti ( per i francesi), o di patrioti ( per i realisti), scorrevano le campagne inneggiando  a Ferdinando. Per la estensione  sul territorio e per il consenso riscosso fra le popolazioni, si ebbe la sensazione di trovarsi di fronte ad un movimento insurrezionale e di carattere politico, anche se ,in effetti, si trattò di ordinario banditismo che nulla ha a che vedere  con il " brigantaggio post-unitario".

I  capibanda si ergevano a difesa dei diritti  degli umili  mediante spoliazioni  dei ricchi e dei nobili e, al riparo di questi unilaterali ideali di  giustizia, si compivano vendette, soprusi, omicidi.

Per quanto riguarda Carbone, il primo contatto  diretto con esso avvenne il 6 luglio 1807.

I cittadini  più in vista, paventando l'incursione, si erano rifugiati nel monastero, ove trascorsero molte notti. Ma, come riferisce il dr. Marcello, l'assalto  avvenne di giorno, quando erano tutti fuori e, pur avvertiti dal suono delle campane, non poterono fare altro che fuggire nelle campagne, ove ripararono anche i genitori di Spena, con lui, bambino di quattro anni. Suo zio paterno, invece, il  dr. Giuseppe Spena, essendo affetto da gotta, rimase in compagnia di una ventina di persone  assediate all'interno dell'abbazia. Si difesero come poterono, sotto la guida  di Antonio Fortunato di Senise, giudice in Carbone, mentre il monastero, arroccato su quella specie  di sperone, rimase inespugnato. Solo il cellario, ossia il procuratore del monastero, preso dal terrore, si lanciò da una finestra  finendo nelle mani degli assedianti che lo trucidarono.

La scorreria era terminata  per volere degli stessi autori, quando giunse un drappello di gendarmi francesi a ristabilire l'ordine.

Ma le belve non avevano ancora appagato la loro sete di sangue se, durante il ritiro alle tane, non esitarono ad assassinare  due insigni galantuomini che si ritenevano al sicuro in contrada Cotura: don Giuseppe Guarino e don Egidio Celano.

 
     
 

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